Le avessero chiesto dov’era il paradiso, si sarebbe fatta il segno della croce, poi avrebbe detto qui.
Qui era una fetta di terra sfragolona. Grassa e scura.
Si apriva a zampa di gallina: una strada per ogni grifa.
A un crocevia di venti e di speranze.
Qui era il caseificio della Stoffa, e suo marito dalle mani grandi. Voluto ad ogni costo.

A niente le prediche del padre, sempre a dire con quattro femmine c’è da vedere chi ti viene in casa.
A niente gli sguardi lunghi in chiesa, quando, con la veste azzurra, arrivava alla messa, fiera e diritta, in mezzo alle sorelle. Per lei c’era chi avrebbe dato intera la cascina.

E pure  rideva ai baci dei soldati, che arrivavano brevi sulle dita dalla caserma in ozio, vicino all’ospedale, in quella Ferrara accesa di mattoni, come sa esserlo nei giorni della festa.
La Zoraide le richiudeva presto la finestra, ché alle zie questo tocca fare, ma quasi le sembrava di essere cattiva.
La Elsa rideva e il suo cuore ritornava a casa.

Certo le piaceva sentirsi riguardata, ma, il suo sposo, già se l’era scelto.
A costo di non gemellare le terre con nessuno.
A costo di farci la scappata.
Così.
Col treno fino a Mantova.
Da soli.
Poi il matrimonio, senza vergogna per quel  grembo glorioso da regina. Regina della Stoffa.

La corte, presa in quell’amore, cedeva alla semina, nell’orto e nella stalla.
Gentile come una tasca gonfia che si scuce.
Piselli dolci già da maggio e certe rose di radicchio rosso che sembravano crescere da sole.
Latte e burro, di quello con il cigno, impresso con lo stampo fine.
La forma pesa e intera, tagliata per natale. Grana di quello buono, senza callo.
Persino gli scarti da dare alle galline, che chiamavano per l’uovo, la mattina.
E poi le sere lunghe, nella stanza quieta. Sola col telaio, a camminare con le mani, insieme alla navetta.
Tutto per sapere che questo è paradiso: fare e raccogliere, fare e trovare risposta alla fatica, buona se non lascia a mani vuote.
Le cose al loro posto, né tante né poche: nello stesso luogo.
Anche la paura.
Quella che arriva con la tosse del freddo, con le nespole gelate in tramontana, con le occhiate della madre, lì, apposta per guardarle il petto e dire Adesso, ancora?
Coi giornali con le scritte nere, che sporcano le mani, anche i pensieri, con un inchiostro difficile a levare.

Sì, venne la guera.
La guera spirulet che tira fuori casa, anche se non vuoi, anche se la bambina è nata con le febbri, anche se il caseificio non marcia senza braccia e il libro del latte resta senza croci.
Marito partito caldaie spente.
Lavorare o andare, dissero i padroni.

Allora la Elsa sentì il freddo della porta che si chiude.
La sua guera l’aveva già perduta. E pure il paradiso.
Non prese la strada per la sua casa di ragazza.
Se vi stringete un po’, disse alla suocera, a mi e li putini a ua ben la camara dal tler.

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