In questi giorni d’inverno gocciolante, in questo limbo di stagione che non è (sciocche avvisaglie disattese), il tempo cammina così piano, la mattina.
Pare che niente voglia nascere, solo restare nell’indistinto gioco dei biancori: fiato, nebbia d’organza, fumo che si sgonfia a ogni voluta.
La pianura è tutta terra bassa, ora; è Zemrude di sotto: erba di carta straccia, sfilacciata a stoppa.
E il freddo grava con voce di cornacchia, fermo nella riga scura dei muri.
O si graffia nelle maglie della siepe, nera in memoria bagnata della notte: condensa di ferro vecchio a rete.

Fa specie che l’airone, da sempre inchiodato bordo fosso, s’avventuri nell’acqua del canale, le zampe a squadra e il becco a pungiglione. Atermica sfida della fame.

Dall’altra parte della strada, un cane respira con la casa, nello spigolo fra facciata e stalla, dove un tempo cresceva un rosmarino.
Sta cercando il caldo di quei muri, quasi assorbito fra le macchie.

Potendo, anch’io mi scioglierei così, nella carezza pigra di un cortile.

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