Non so quale sia l’ora. Nel giorno.
So che accade.
Forse verso sera.
Il sigillarsi del caldo nelle cose.
Un insinuarsi denso e senza uscite.
Un rimanere di lenta persistenza.

La storia  di tutta la giornata colata nella pietra del gradino, nei pori del disegno zigrinato.
La storia di tutta giornata sudata dentro il muro. E non basta la lavanda a fingere frescura.

Le cose tengono, del caldo, le diverse ore.
Il fiato di cucina e pomodoro (l’acqua che bolle versata nel lavello, ad inseguire una sua frigidità), fra soffi di vapore, a mezzogiorno.
Il sacco devastato del primo pomeriggio: alberi muti a mangiarsi l’ombra, calura a picco, come la maledizione.
L’asta fra cielo e terra delle cinque: odore di polvere all’urina, che la strada offre alla sera, un po’ paganamente.

Il caldo nella vena delle cose. Gonfio.

Questo pensavo ieri sera, seduta sulla scala di un cortile: intorno i canti di una chiesa metodista, a stonare un poco di alleluja. Dalla porta le voci degli amici, a interrogarsi sugli sportivi massimi sistemi. Il cyssus appena suicidato. Un libro che dice di dolore.

Sotto i piedi tutto il caldo di Milano, un gatto spugnoso di cemento.

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