La bambina scese un po’ stranita, con le orecchie incantate.
Grazie, disse all’autista, che le allungava la valigia.
Sentì la sua voce arrivare da lontano, fra pareti di lana o pannolenci.
E l’oscillare della terra, a barca: l’asfalto messo lì, un gradino sotto. Come quando ci si sveglia dopo un sonno lungo e si tocca il mondo, inaspettato, planando sopra il materasso.

Le altre della colonia erano già scese: lei era l’ultima, nella corriera vuota.
Aveva provato a fare la spaccata, tenendosi stretta a due sedili. Anche una capriola.
E aveva cantato la canzone di tutte le mattine, quando si sfilava di fianco al tavolone,  col caffelatte nelle scodelle e il pane già tagliato.
I chilometri sembravano più lunghi, così si era seduta ben davanti, dietro l’autista, per arrivare prima: silenziosa e composta, il fiocco ripassato, convinto a tener fermo il ciuffo di capelli. Come piaceva alla Iris suamamma, che li tirava indietro dalla fronte, solo lasciando un riccio per i baci. Ah, ma quella virgola adesso non la voleva più: aveva nove anni ed era stata via due mesi interi per scappare alla tosse dei bambini.

La corriera si era fermata con un sospiro a scatto e un cigolio di molle, sfiatando stanchezze e sospensioni, qualche minuto prima del previsto.

La bambina ci rimase male: alla fermata non c’era nessuno.
E nessuno neppure sul sagrato, luogo di eterne chiacchierate di vecchi tiratardi.
L’una sembrava un tempo pigro, nel paese. Solo rumori di stoviglia, a parlare di tavola e cucina.

Vero che la corriera era arrivata presto e lei chissà cosa aveva scritto a casa.
Vero che c’era solo da attraversare la strada, perché la trattoria era proprio lì, a prendersi tutte le ore giù dal campanile, la faccia in piazza, il dietro contro l’argine.
Però.

Fece i tre gradini e scostò la tenda con le serpentine che parvero dure, quasi viperine.
Una frustata sulle braccia.
I t’a scurtà la pataiiiina, le fecero il verso due clienti che aspettavano pazienti le tagliatelle della Dina.
La bambina si guardò la sottana e poi le gambe, gambe scure, lunghe e magroline: era tutto proprio come prima.
Perché?, chiese la bambina, il vestito non è mica diventato corto…
Adesso che è nata la putina, vedrai che per te c’è meno stoffa. Le donne son tutte là di sopra.

La bambina sentì una cosa dentro: un sasso tirato da lontano.
Ma come? Bastava star lontani un poco per trovare il reame tutto preso?
Per non avere nessuno che t’aspetti alla corriera?
Neanche il nonno, sempre pronto per i giri sull’argine, al mattino.
Neanche la Iris suamamma. In fondo quella nuova era solo la figlia di suazia.
Ecco, l’avevano mandata là in montagna perché non restasse a disturbare: faceva bene a non volerci andare altroché respiri l’aria buona.

Salì le scale con pensieri che sembravano cattivi come la tosse che aveva la Selene, una tosse con l’unghia, forse col becco.
Ma la bracciata poderosa, quella di sempre, quella di suo nonno, la sollevò da dietro.
Ehi, signorina Tahitù, avevi scritto che scendevi al botteghino…

La gioia prende forme strane: arriva allo stomaco o fa le gambe flosce.
Alla Diana sciolse il fiocco dei capelli ed anche il dispiacere: pianse un attimo, in piccolo, sbirciando oltre la spalla di suo nonno con occhi lunghi ed indagatori.

Nella stanza oltre le scale le donne, incuranti dei clienti in trattoria, legavano due poltrone di vimini: una contro l’altra per fare una culla, anzi quasi un nido.
Le fecero festa con abbracci e baci, ma la Diana era decisa a non dare troppa confidenza: prima doveva capire la faccenda della stoffa.
Cocca, ma vieni qui a vedere.

Era una bambina rosa. Rosa davvero, di quel rosa un po’sciocco che fa pensare ai confetti e alle cose buone e rotonde da mangiare.
La Diana mandò in giù l’ultimo singhiozzo e la toccò soltanto con un dito: era tiepida e molle e senza camicino… Tutto poteva farle male.
Poi ci fu quel gesto.
Suazia scuoteva la bottiglia di vetro con il ciuccio: il latte a schiumare tumultuoso.
Sentiamo se scotta o se va bene.
E ne fece uscire una goccia, solo una goccia, sul braccio nudo della Diana: all’interno, dove la vita è sottile e chiara.
La briciola di latte aveva quel calore quieto che fonde corazze e resistenze: trovò la sua strada sotto pelle, perché i bambini sanno la mitezza bianca dell’amore.
Sì che va bene, disse la Diana.

Dedicato a D., paziente e cara.

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