Aveva cominciato con un barattolo di cannellini, bianchi.
Verso febbraio.
(Sono già contorno, con un po’ di cipolla trita e un niente di prezzemolo. Una goccia d’aceto. Meglio averne in casa, di fagioli, ché, tanto, cosa fa un barattolo in più nella dispensa?)
Poi erano arrivati i tegolini. Di carciofi un vaso solo.
E gli asparagi, che parevano patiti, di colorito chiaro. Nei barattoli con la fascia incollata.
Erano arrivati i fogli sui ripiani, perché i tesori vogliono accoglienza.
Una carta fiorita di giaggioli: un quadro a fare da tappeto a fondi di olive in salamoia, a piselli di provata tenerezza e a quel tonno rosa, un fiore di mare sotto l’olio.
S’impilavano giusti, a meraviglia, barattoli e lattine.
Se li guardava, la Nina, con occhio adoratore.
Così bella la dispensa, con le assi in scala e la finestra piccolina: non per la luce, ma per l’occhiata sul giardino di cemento, un’occhiata sola, fra la rete fitta.
Qui non è casa e non è cortile, pensava.
Nel cortile c’era da rispondere: allora come va la schiena? paura, la sera? e lui, avrà ben telefonato?
In casa, tanto posto vuoto. Il divano sfondato da una parte.
C’era da tirar via lo sguardo dalle ciabatte sotto il comodino, dall’altra parte del letto.

La dispensa era un’altra cosa, con la porta là in fondo al corridoio: bianca con la maniglia ottone.
Stare lì dentro, questo le piaceva.
Stare lì dentro e poi guardare i fiori, fuori: col primo caldo s’erano aperti i gerani doppi, a edera (all’ombra stanno così bene, tutte le foglie lustre). Di un rosso vicino al ciclamino, un piattino scheggiato per di sotto. E c’era la latta grande, di tonno del mercato, piena di terra grassa e di miserie pendule.
Cose da cartoline, lo sapeva.
Stare lì dentro e poi contare le sue scorte: le bottiglie di olio, le zucchine sposate alle carote, ben tagliate, anche se l’artrite…E pensare che all’estate mancava così poco. Ah cos’era mai l’estate, con tutte le verdure in giardiniera. Scottare l’aceto, giusto una salata, poi buttare cavolfiore e peperoni, sedano e cornetti. Ci voleva niente. Ci sarebbero stati i vetri opachi di bollore (la salsa fatta in casa, con quel caldo).

Si poteva far bella figura.
Si doveva far bella figura.
Il figlio aveva detto sì, st’ estate vengo, ché sei lì da sola.
Bisognava ben dargli da mangiare.
Che non mancasse niente a quel figlio fatto tardi e partito così presto. Quasi per dispetto.
Il vecchio non l’aveva perdonato. C’era da andare proprio là, a Milano? In una fabbrica a respirar vernice?
Ed era morto ancora impermalito: mai al telefono a sentire la sua voce, neanche al matrimonio in municipio, nella Milano fredda dell’Alzaia. (Ma si può? A casa neppure per sposarsi? Allora, non venga nemmeno al funerale).
La Nina muta in mezzo a tanto gelo.

Ma adesso, adesso bisognava preparare. La stanza del mezzo letto come prima, le cose pronte, a posto sulle assi, in quel bell’ordine pulito.
L’estate durò poco. Mangiata dalla febbre del bambino. Le ferie d’agosto andate su, per il camino.
Magari per Natale.

Pasta. Ora serviva della pasta. Quell’inverno, alla Nina tornò il piacere del mercato: scegliere tele sottili per farne dei sacchetti. Un colpo con la Singer, lungo i lati. Due cuciture due.
C’era più gusto a maneggiare grattini e pasta puglia. Mezze penne, conchiglie e quadrettini. Era quasi come cucinare: tagliare con le forbici i pacchetti, travasare i grani tutti uguali, sentirli con le mani cadere nella tela, come i giorni passati nell’attesa.
Nella tela la pasta un po’ respira, anche il riso si trova a casa sua.
Tanti sacchetti, in fila sulle assi, con il collo chiuso.
Il figlio ascoltò i suoi passi d’uomo fatto, lungo il corridoio. Piastrelle di graniglia, ancora un po’ incerate.
Guardò la tavola, nella cucina vuota. Il sole della Pasqua sapeva dir le cose.
Ci avevano pensato le vicine, a dargli una voce, così, proprio all’improvviso, in quel venerdì che era stato di passione.
Di corsa all’ospedale. Né presto né tardi. Nel momento.
Non c’era modo di venire prima.

Mancava l’ultima porta in fondo al corridoio.
L’aprì piano: fra pile di vasi e di sacchetti, una nuvola densa di farfalline grigie, ali pesanti, fredde e impolverate.
Un senso di ripugno, come ad entrare nel cuore di qualcuno.

Annunci