Lei racconta che era ragazza: sentiva qualcosa che cambiava e non capiva bene.
Una primavera a voce bassa e di sole sottile.
Con l’ombra dell’inverno a fare freddo, ancora.
L’inverno con i morti ragazzi, partigiani, ragazzi di lì, fucilati nel ghiaccio di un poligono, un poco più lontano.
Portati via dalle brigate nere nell’otto di dicembre, la festa dell’immacolata.
Il più bello preso mentre serviva all’osteria del padre. La moglie a vedere, con il gelo dentro e la bambina in braccio.
Messo sul camion, insieme col fratello, che poi s’era salvato.
E il padre che, al nome dei suoi figli, diceva  sono io e voleva andare lui, al posto loro.
(Il vino che correva per la strada e sembrava già sangue in mezzo ai vetri e ai biscotti secchi)

Lei dice che un conto è perderli in guerra, ma vederseli prendere così, davanti agli occhi, dopo la Russia e l’Africa, e tanta Jugoslavia fatta a piedi… Così, per rappresaglia. Ché mica avevano ammazzato. Sabotaggio e tanta propaganda, questo sì. E l’aiuto a chi voleva star  dall’altra parte, questo sì.

E si ricorda che al più bello  piaceva portare il feltro sulle ventitré e se lo aggiustava con un colpettino.
Quando entrava nel forno, a cercare pane per l’osteria,  incantava meglio di Clargabol, sornione e di battuta pronta.
Al vecchio Bigin, allora, che non rubava mai a nessuno, toccava alleggerire le infornate portate alla cottura, giusto per mettergli insieme qualche copia.
“Mi toccherà dire alle donne che il forno vuole la sua parte e se la brucia”, e fingeva di sbuffare un poco.

E si  ricorda la faccia anche degli altri: ragazzi come ce ne sono tanti, belli pure loro, come si è a vent’anni, ragazzi da farsi una famiglia o tenersela ben stretta. Invece macché.
Erano quelli della radiolondra, di notte nel retro d’osteria, quelli – poi s’era saputo – delle riunioni nelle capezzagne al buio, incuranti dell’aereo Pippo che passava e teneva fermi in casa, con la carta blu a far da pelle al vetro.
(Una coda di bengala come di cometa e le bestie nelle corti, invece, a imbizzarrirsi)

Lei dice che, prima, sapeva e non sapeva.
Ché il suo moroso, il fratello che poi s’era salvato, non rispondeva a niente e spariva e non c’era modo di fargli dir le cose, neanche la sera quando l’aspettava fuori dall’ufficio per accompagnarla a casa: qualche minuto insieme a una promessa. E c’era  così freddo che il  fiato si faceva nebbia.

Sa di certo che era stato l’inverno delle bombe e della fame: il ponte del paese grosso già non c’era più, la chiesa con squarci da far pena. La gente sfollata, a cercare casa dove si poteva. Nelle stalle e nelle porcilaie, con le corti che aprivano l’uscio e non tenevano più nemmeno il conto.
I boschi dei pioppi avevano tremato ed era già febbraio, coi tedeschi sempre più cattivi, con Pippo che passava ogni nottata, i rifugi scavati dietro gli orti, lontano dai muri, coperti con le frasche.
(I nonni con il cuore in gola, ciascuno a pregare con la propria fede: avevano già perso ogni cosa, maledettalaguerra )

Poi era venuto aprile, dice: i giorni del venti e giù di lì.
Il 23 mattina gli americani erano vicini (cannocchiali sopra il campanile)…
E i tedeschi parevano impazziti e cercavano di passare Po: coi corach delle cove, con le botti e le porte scardinate, con le tavole di legno e gli assi del bucato, ché, i gommoni, i capi se li erano già presi.
Certi come bambini di occhi tondi, altri che entravano e prendevano.

Lei  dice che nella confusione, nel correre a nascondersi e aspettare, era scappata a casa dall’ufficio e si era trovata un cavallo, proprio in mezzo a strada.
Grigio chiaro chiaro: tedesco e pareva figlio di nessuno.
Che colpe mai poteva avere?
Ebbe paura che lo facessero annegare e lo portò dentro il suo cortile, dietro la pila della legna.
Lo tenne nascosto per due giorni, poi lo accompagnò dagli americani.
Era il 25.
Si poteva piangere e ridere, insieme.
(per non dimenticare, in questi giorni bui)

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