Le domeniche di luglio non hanno né capo né coda.
Sono dei cerchi d’aria calda e lenta.

Trovano strada fra gli scuri appena accostati (giusto perché l’ombra sembri quella buona dei pioppi cipressini), poi colano sudate nella stanza.

Il mattino è già pomeriggio e tiene al di qua del fare.

Non c’è cosa che sembri possibile.

Solo si galleggia  fra i pensieri, chiusi come le ali degli aironi, sentinelle immobili fra le stoppie del grano appena tagliato.

A guardia dell’invisibile (o dell’invivibile), sono predatori di toporagni che si nascondono o di ricordi che non si schiudono: dove potrebbero mai volare?

Meglio restare acquattati, nell’attesa che una lepre attraversi una cavedagna: orecchie diritte a captare il primo filo di vento della sera e a stornare altri occhi, altre direzioni.