Non è che ce l’ho con l’estate, non è che sono prevenuta per capriccio: in effetti io riesco a farmi male in ogni periodo dell’anno, però col caldo di più.
Col caldo io faccio le bronchiti, le parotiti, mi vengono gli eritemi, mi scotto anche all’ombra, mi pungono insetti stranissimi e cattivi…
Non solo, a quanto pare.

Una settimana fa, quasi con un pizzico di allegria, ci si avviava sul far dell’alba a fare opportuni prelievi (ematici) al locale presidio ospedaliero: bisogna arrivare presto ed entrare in una sorta di burosaurica rassegnazione, fino ad obiettivo raggiunto.
Covata con titanica determinazione l’impresa, che ha del mistico col suo digiuno preparatorio, si va a piedi: son quattro passi, l’edificio è proprio lì sul viale…
Io mi respiro l’aria del mattino, che sembra quasi fresca e senza zanzare tigre, e dico, temeraria, quello che non avrei mai dovuto dire: ma che bello camminare a quest’ora, bisognerebbe farlo tutti i giorni.
Inciampo immediatamente in un sassolino (risultato, ad investigazione postuma, piccolo, rotondo e liscio) e torno bambina, perché d’un tratto mi ricordo com’è duro l’asfalto e come si affeziona subito alla pelle con quel suo stronzetto pietrisco granulare.

Si fa presto a dire ‘cadere’.
Questo è un rovinare; tocco terra con ogni parte del corpo: caviglia destra, ginocchio sinistro (per la par condicio), avambracci assortiti.
Vengo raccolta con l’aiuto un po’ stupito di un ex allievo (ma cosa ci fanno gli ex allievi a quest’ora in giro), prelievata, perché mica si può perdere un’occasione così ghiotta…

Son fratturata al malleolo, naturalmente, tutorata e tutto quanto.
Devo stare quieta, meglio se immobile, 35 giorni.
L’unico viaggio consentito è quello in bagno, con l’aiuto delle stampelle.

Peccato che il bagno abbia deciso diversamente.
Le acque bianche di tutti i sanitari hanno convenuto di fare fronte unico e di andare a finire nella vasca da bagno: apri il rubinetto del lavandino e l’acqua riaffiora dall’altra parte, il bidé, che ha sempre sofferto di un complesso di inferiorità, imita il lavandino e fa la stessa cosa…

L’idraulico di famiglia, un caro ragazzo tutto soda caustica e caustici rosari mantovano-rodigino-modenesi, che evocano non solo tutti i santi nelle loro diverse età ma anche la new entry Barabba, ammette la sua sconfitta. Amaramente.
Dopo risucchi, soffi e pompaggi dai rumori equivoci, l’acqua staziona nella vasca da bagno con un’aria grigia e sinistra.
Il pavimento blu della stanza è ormai un ricordo: il muratore, intervenuto successivamente, ha ingaggiato la sua personale caccia al tesoro col trapano alla ricerca dei tubi.
Stamattina ne è stato avvistato uno.
L’idraulico (a volte tornano) in questo momento sta sezionandolo.
Forse siamo salvi.
Forse.
Forse c’è solo da rifare il bagno, cambiare i tubi e i manicotti, e ricostruire il pavimento.
Forse.
Forse non allaghiamo la banca sottostante (e nella mia ottimistica immobilità vedo già fili del bucato e banconote appese coi ciappini, ad asciugare).
Forse.
W l’estate