Al ponte della Pedemonta la celere friggeva: un po’ per il caldo, un po’ per il fermento.
Lo sciopero si contava  a biciclette, buttate sulle siepi e appese ai rami.
A guardare le sporte delle donne, col fondo così teso, si capiva che andava a mettersi gran male.

Il camion dei crumiri era passato: adesso stava lì a soffiare, col muso bagnato, nella corte.
Cancelli sprangati e scorta a pattugliare.
Braccianti e salariati a piedi, dappertutto: di traverso per fossi e cavedagne, col passo della rabbia e della fame.
E mezzadri  e piccoli padroni che, le biolche, potevano contarle sulla mano.
C’era da stare uniti contro i grossi, per portare a casa tutti il pane, per far saltare fuori le giornate  e arrivare a un imponibile a gradoni, ché un conto è avere mille e un conto avere dieci: i padroni sono mica tutti uguali.
Di contratti c’era gran bisogno, che mettessero in linea le cose.

Alla Gazzina e alle Core la gente della terra aveva già sfondato e stava  nell’aia come cavallette a spiegare agli agrari e a dire è anche mio. E c’era pure il prete, diceva la staffetta.
Ma la Pedemonta.
La Pedemonta era d’ortica: si chiudeva e mostrava i pugni, orgogliosa fra i suoi pioppi e le sue biolche.
Lo sciopero era su da maggio e adesso, a giugno, eccoli i crumiri.

Nell’ aia non si era mai entrati a dire bene le ragioni, a gridare che no, non si doveva fare, di prendere la gente per la fame, …che, di lavoro, si poteva darne tanto e non lasciar le terre a rovo  e i maceri con la pavarina e gli argini inselvati senza taglio, …che i ricchi, un po’ di soldi, avevano da metterli, nel fondo, e fare migliorie  e drizzare i muri delle stalle e maritare vigne e capitozze.
Invece c’era da restare fuori, col filo spinato degli agenti.
Sì, andava a mettersi gran male.

Il Gi arrivò dall’altra corte, dove le cose adesso erano quiete.
Non sapeva più quante sigarette si era già fumato e quanto sonno si teneva in tasca.
I padroni lo avevano ascoltato, quel ragazzo che pareva fil di ferro, tutta la forza andata nella voce e nelle parole che uscivano rotonde e chiare e svelte.
Si erano messe giù delle pietre buone .
Ma la Pedemonta.
La collera poteva scoppiare per un gesto, per un colpo di mortaio contro il cielo, per una canzone un poco più beffarda.

I compagni lo aspettavano sulla strada bianca.
Giii, vot ca proa sa m’è restà la mira bona? Giii, vot ca faga la ponta al baston?
No no, s’iv mat?Adesso si va  via da qui e si entra per dietro,  per il campo più lontano di confine, poi si cerca un posto per parlare.

A gruppi di dieci o venti, nel buio: la corte tutta piena, i padroni dietro le finestre, la celere al suo posto, i crumiri nel brolo.
Neanche un carretto per parlare, ma, a chiudere la corte, una catasta di pali alta e forte.
Il Gi scalò la pila da provetto, silenzio intorno, proprio silenzio.
Calmi compagni, calmi… ci vuole equilibrio per durare un’ora più dei padroni.
La pila si sciolse all’improvviso, con rumore di frana o di slavina e un ridere che portò l’aria leggera.
E Beppe Gideone, che pareva d’olmo: oh Giii, l’an ghà minga da fnir acsì, neeeh…

L’urlo fece il giro di ogni speranza e di ogni fatica, di ogni sasso tenuto in tasca e di ogni stanchezza, passò i muri e gli alberi, il cancello e le finestre…
La risata del Gi rispuntò dal tetto del rustico: Nooo, l’an ghà minga da fnir acsì. I pai in ga minga la lega, nu’altar sì, nu’altar sì. Nu’altar sì.

(dedicato a Gi e a quelli come lui)