il Prologo

La Iris buttò lì ‘Viserba’, a tavola, il giorno della cacciatora: rito pagano officiato a mezzogiorno, dopo prelievi dall’orto e dal pollaio.
Bastava l’odore a conciliare i sensi, perché cipolla e peperone, se uniscono i destini, fanno dell’aria quasi un paradiso: malizie di padella che inducono la bocca a dire sì.
La Iris prese le cose alla lontana, sicura della meta: sospirò verso il manichino, dove il prendisole, in prova fra spilli e imbastiture, apriva la pianura all’altra spiaggia, quella di sabbia e macchie di catrame. La cliente sarebbe passata di lì a poco, giusto per regolare le spalline.
Quest’anno vanno tutti al mare, disse, guardando d’intesa la Rosa suacognata, che stava zitta e muta, in soggezione.
La moglie di Walter va a Viserba, che è proprio  un posto da bambini.
La Dina abboccò all’amo: il bene dei bambini era l’apriti sesamo per ogni decisione. Se poi non stavan  bene… Se poi c’era stata quella polmonite, con le febbri alte e pure la paura…
Con tutta la tosse di st’ inverno, li putini iè smorti che sembrano liscivia, e intanto riempiva il piatto alle nipoti per portarsi avanti coi restauri.
Il vecchio ascoltava e lavorava bene l’anca del pollo: lì, la carne lascia volentieri l’osso e accoglie il sugo senza farsi scivolosa; allora il gusto trova l’armonia e si scioglie in una gioia tutta dentro. Dopo, basta un’albicocca.
Si alzò dalla tavola convinto: se il mare serviva a tener quiete le giovani di casa, … ma pronti!
Giusto come l’olio, emise la sentenza: si potrebbe chiedere a Giannino, il cognato che abitava al mare, per tutta la famiglia la più avanzata punta balneare.

Partirono una mattina presto, con la macchina a servizio, le nuore, le valigie, i fagotti, le bambine, anche la figlia della Nelly, che, la tosse, non l’aveva ancora avuta ma poteva ammalarsi a tradimento: il vecchio impettito davanti con l’autista, a parlare del tempo e della strada, e poi a salutare in fretta, per tornare.
La casa era della levatrice: lo zio l’aveva intercettata nei suoi giri dell’olio porta a porta.
Una stanza da basso che pareva un corridoio, una scala per fuori dritta dritta, con lo scarto improvviso verso destra: grande, una camera con tutte le brandine.
E il bagno? chiese la Diana, a flauto. Nel casotto esterno, con la sua bella porta a metà gamba, insieme ad un gocciolatoio per lavaggi sommari, sotto la catalpa.
Si era arrivate al mare.
Due grandi e tre bambine, nel gioco comune della prima volta, in una casa che non era casa, ma accampamento nel mezzo del deserto, con la sua oasi in forma di fontana  e l’acqua a catenella nel cortile: ovunque l’odore dei gusci delle cozze.
Tutte le speranze di quell’estate rossa nella stradina che portava in spiaggia.
Non si sciolsero neppure le valigie, via le scarpe perché c’era solo sabbia, calda calda nel sole delle due.
Dietro ai cespugli, il mondo fatto a strisce.
Al mare c’è più cielo, disse la più piccola.

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