In questi giorni spigolosi mi tornano in mente le mele vizze.
Le ho incontrate  in un racconto*.
Sugli alberi dell’autunno, piccole e trascurate: le ho immaginate di una consistenza cedevole e silenziosa. Fredde di aria e di vento. E accese, pure. Di un sapore anticamente aspro, poi decantato in mitezza zuccherina.

“In un pic­colo spazio rotondo sul fianco della mela s’è concentrata tutta la sua dolcezza. Allora si corre da un albero all’altro, sulla terra gelata, a cogliere le mele vizze e rugose e a riem­pirsene le tasche. Soltanto pochi conoscono la dolcezza delle mele vizze.”

Da allora le ho cercate, le mele vizze, e le ho sempre tenute care, come rivelazioni ed epifanie: segno e misura di presenze che si ignorano o di imperfezioni che sanno guarire. Piccole, rotolanti mele di salvataggio.

Ce ne sarebbe bisogno, ora.

Piacerebbe averne una scorta sotto il letto, a fare tappeto e odore di verde.

Ma non è così.

C’è che è itinerante la dolcezza della vita.

Si raggruma sul fianco d’una mela, poi si distende come un tessuto liso.

Si sfilaccia, si perde via.

Occorre aspettare che riaffiori e far bastare quanto ha già dato.

Così, in certe ore della notte, quando pensieri tempi e cose diventano alte colonne, giova credere che si allenteranno al sonno e perderanno peso: magari basterà una piuma a sgranare i mattoni della torre.

Dolcezza diventa allora un giro di lenzuolo.

 

(da Sherwood Anderson, Racconti dell’Ohio)