Pensavo, nei giorni scorsi, che sono spariti i campanellini di Santa Lucia.
L’aria è rimasta ferma  anche nelle sere attorno al dodici di dicembre.
Da bambini si preparava il cuore, al primo buio: c’era da captare  l’arrivo di quel pigolio tintinnante  sotto le finestre, un suono di brina, se la brina ne avesse uno. Diceva  di una Santa Lucia che si avvicinava e poteva mostrare, nell’angolo del vetro socchiuso, la sua piccola mano guantata di pizzo.
I campanellini attraversavano il freddo e la nebbia per costruire la promessa della festa, col suo sciame di batticuori, di biglietti trovati sui davanzali e sicuramente spediti da un altrove profumato di borotalco.
Santa Lucia era in realtà non l’arrivo dei doni, ma questo apprendistato all’attesa, al proiettarsi verso…
Credo che imparare ad attendere sia uno dei riti di passaggio. Fra età.
Bambini, non si ha la pazienza dell’indugio, si ha l’impazienza del ‘subito’.
Così difficile dosare il tempo. Così difficile restare sulla soglia delle cose, sulla traccia del nuovo.
Dopo lo capiamo.
Capiamo, crescendo, che noi attendiamo per tutta la vita.
In una impercettibile inarcatura interiore.
Resistenza della speranza, direbbe qualcuno.

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