Sembra ci si arrivi per vie acquatiche, a Gonzaga.
Per quelle liquide dei racconti che nuotano da sé (una casa, una strada, una storia) e per quelle livide dei fossi e dei canali, che scavalcano il confine, un po’ lombardi e un po’ emiliani.
Bianchi e ghiacciati, ora: certi rami prima galleggianti e adesso bloccati dentro il gelo, nel gesto smarrito di chi si addormenta all’improvviso, un braccio sfuggito alla coperta.

Faceva tanto freddo, ieri. Anche dentro. Dentro, dico. E sempre uguale.
Gonzaga è il nostro nodo d’inverno.

Mancano tutti i vecchi della nostra vita, quest’anno, e i piccoli sono ancora troppo piccoli per sfidare quella strada fatta a piedi, ripercorsa testardamente ad ogni celebrazione: l’ultimo tratto di esistenza di sei ragazzi partigiani, portati a morire in un poligono di tiro, per rappresaglia nera.
I pensieri ai loro pensieri, a quei passi, a quelle sedie, a quelle mani legate.

Si è lì per tutti: per loro e per gli altri.
Si è lì per un passaggio di consegne che non interromperemo mai. Ce lo promettiamo, stringendoci il braccio e volendoci bene senza dirlo.
È dolorosa la memoria, sempre più dolorosa: in tempi di trasformismo e di arroganza, di ‘politica’ che ha perso pudore e direzioni.
L’abbiamo così amata, un tempo. La politica, intendo: le abbiamo affidato intere età e conoscenze e lavoro e progetti.
L’abbiamo così amata.
Nella gratuità della non convenienza, del non potere: per dire grazie a quelle sedie vuote.
Per questo fa male, oggi, la memoria.
Ha radici di ghiaccio e di spine.
Lasciamo che ci prenda e che dica tutto lo scandalo della sua necessità.

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