C’è il sole.
A scadenza, ma intanto c’è. Dà una luce fra il giallo e il grigio, come certe crete toscane.
Dopo tanta pioggia, fango su fango, gocciolanti le siepi (un mondo gonfio), si è andati dove riposa una  gran parte di noi.
Piace.
È un luogo fra prati, cimitero di campagna, senza bellezza senza paura. Da piccola scappavo lì, per dare l’argento alle catenelle: c’era Sesto il buono a insegnarmi come fare, con la pazienza della sua mitezza.
Adesso torno, abbastanza spesso, per un bisogno mio di saluti e di sorrisi.

Oggi, approfittando di una tregua temporale, occorreva tagliare ciò che resta delle peonie, dallo zio.
Fiorite, sono impenetrabili, poi lasciano che il verde conservi memoria del loro segreto.
L’inverno ne fa impietosa giustizia: i bastoni fradici tutti in evidenza.

Si tagliava, dunque, con le forbici grandi.
Abbiamo trovato un nido, un pugno di nido. Con le pareti fasciate d’erba secca, basso, nascosto quasi fra le radici.
Forse di pettirosso, che ha voce sottile e chiede così poco.
Passaggio d’ali, dunque, e fruscii proprio qui, all’ombra di una tomba.
Segno che la vita può attecchire ovunque.

Tornata a casa contenta.
Questo lo devo scrivere, mi sono detta.

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