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(Edoardo Penoncini, L’argine dei silenzi, Este Edition 2010)

Se i titoli contengono già l’orma di un percorso, una suggestione sotto traccia che  può accompagnare e orientare la lettura, la raccolta poetica L’argine dei silenzi sa indicare una doppia direzione: con questa scelta Edoardo Penoncini ci suggerisce sia la scheggia (o delicata metonimia) di un paesaggio preciso sia la cifra vocale della sua poesia, a siglare una ricerca e una opzione espressiva.

L’argine è figurazione mediana: non è della natura, non è della città.
Da un lato c’è il fiume,bandiera, scia filante, / due palmipedi incolori, anatranti, ci sono le rive; dall’altro, in lontananza, ci  sono i palazzi strani / figuri  che si raccontano a spicchi / tra le vetrate: l’acqua e il cotto, i vapori e i marmi, il vegetale e l’umano, due diverse dimensioni accarezzate dalla stessa nebbia e dagli stessi pensieri.

Per questo suo porsi come diaframma metaforico, l’argine diventa un margine, una linea di confine che consente di non appartenere compiutamente ai due mondi, pur permettendo di costeggiare entrambi, di guardarli, sentirli e ripensarli nella distanza della poesia.
E’ un luogo dell’anima, dunque, in cui il tempo si può ripercorrere nei due sensi del presente e del passato,  nel loro incrociarsi e prestarsi presenze: qui si può stare nell’attesa del nuovo e dei ritorni.
E’ un elemento della geografia interiore, dentro il quale, nella dislocazione temporale, si ricuce un dialogo d’amore che parte da lontano e attraversa sotterraneamente la vita come i fiumi carsici, per affiorare solo a brevi tratti: una vena d’amore spesso sognato, risorsa incompiuta, annidata nelle pieghe e nei risvolti dei giorni che schizzano veloci e delle notti graffiate dai lampioni.

Correlativo soggettivo della solitudine, l’argine incrocia la serie semantica dei silenzi, ne diventa l’arca.
E’ una frequenza costante, quella del silenzio, fra le parole di questa raccolta: appartiene all’olmo rifogliante, al fiume, al cielo pervinca, alle fioche luci.
Dice di un’assenza, di desideri taciuti, di pudore, di  segreti e di indulgenza: non conosce né lamento né invettiva.
E’ sospensione, il silenzio, non negazione.
Per questo, nei testi di Penoncini, è vivo e abitato, non è un vuoto a rendere per essere colmato.
E’ un agglomerato di non detto, di sguardi, di vissuti parziali, di tangenze e figure in differita:ripercorre  mille ricordi e rivoli di miele.

La rarefazione di suoni e rumori trova un tacito amico nelle parole di José Saramago: Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. (1)

Il silenzio si configura, infatti, come il grembo che cova la poesia, il laboratorio delle parole che da esso affiorano a “bassa voce” per giungere in verità, in essenzialità.

Mai abusate, anzi dosate, centellinate, quando riescono a fuggire dall’inespresso sanno arrivare senza bugia: … è vero l’amore detto.
Sono preziose, perché cercate in fondali ignorati, in pagine letterarie che non vivono il tempo come abiura, preziose perché ricondotte al loro valore profondo, a significati desueti (sguancio, spiombo…).

Ne risulta una poesia che nasce nel segno della scelta e della selezione, che restringe il suo ambito, senza concessioni alle mode, in cambio della ricerca della intensità:

Ho dato poco voce
fuor del mio orto
e anche quando imperversava
il fuoco alto
scelti erano i volti a cui mi volgevo
forse solo così
sopravvivo ai richiami insulsi
di quel che si spande intorno.

In questa volontaria contrazione/concentrazione, le parole trovano la loro intimità con i pensieri: di essi si alimentano, sullo sfondo del silenzio, da essi traggono la loro capacità di “trasvolare”, di annodare immagini in rapidi, funambolici vicinati.

Ne è esempio questa poesia ‘imaginale

I pensieri sono svelti miracoli,
capaci a tutto, rapaci, voraci,
duri, malleabili, volubili
pirati, sempre di fretta, furtivi,
luminosi, vagabondi, iracondi,
ladri, ipocondriaci ubriaconi …

I pensieri, macine tritatutto,
sono strani, fornaci fumiganti
che rubano al mare acqua sabbia e rocce,
contorsionisti da facile pubblico,
illusionisti, maghi sopraffini,
fate Morgan/Melusine, sirene …

D’improvviso si manifestano cupi,
gai appaiono come una magia,
stella cadente, filante nel cielo,
mutano lievi lievi in forme semplici:
parole d’incanto, sanno donarsi
freschi al suono di un bisillabo: ti amo.

(1) J. Saramago, Di questo mondo e degli altri, Einaudi, Torino 2007

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