A Genova si va, quando si può, per sentirsi bene: ci sono cose da fare e amici, soprattutto amici, vecchi e nuovi; se non si può vederli, se ne percorrono gli indizi nei carugi del porto vecchio, per piste sul filo degli affetti, magari per salutare ancora la chiesa sparsa fra più case, ché, tanto, basta la colla del colore.

Bella, Genova. Per me.

Piace per via del nome, anche: lì mi sento chiamare dappertutto, perché Genova suona Zena in dialetto, con quella zeta defilata, comune ai suoni della mia parlata. Più a casa di così, certo non si può.

Piace, ‘sta città,  per il suo cuore a grinze di strade e di stradine, che si aprono e si stringono: quelle grandi hanno segni di ricchezze appena un po’ sgualcite e le piccole tengono tracce di mestieri antichi, di tutti i mestieri, pure di quelli che richiedono l’attesa, il muro alle spalle per appoggio.
E piace, Genova, per la pelle rosa che prende verso sera, quando c’è il sole (se la liscia sul collo delle case alte, in faccia al mare). Mi piace persino per il brutto: la strada per aria che la sega, ma pure l’attorciglia con la vita, lavoro&fatica, la stessa che ritrovi giù, al porto, nella mezza luna dei portici (odore di ferro, di cani e di panissa).

Ma è la Genova delle storie che, ogni volta, io mi porto a casa.

E’ la Genova di Pino, che mi racconta del Paciugo e la Paciuga e della barca triste senza più ritorno, e dei bambini che si attaccano ai camion con un salto, per fare vendemmia di quanto è necessario (la frutta che rotola in sveltezza, a consolare la fame della guerra).

E’ la Genova dell’orgoglio di chi ha fatto la guerra partigiana e pure ha nascosto qualcosa di “pesante” dietro muri bugiardi, perché non si sa mai. Non si sa mai.

Pino racconta con gli occhi e con le mani, con le parole del porto e della strada e con pause di belin a fare fitto: racconta di navi e di tatami, di viaggi per mare e per materassina…

Bello vederlo con l’età dei padri infilare cuore mente e corpo dentro a una cintura, rossa e bianca: per loro, per i ragazzi ‘altri’, che non portano dote di coppe e di trofei, ma il senso di un fare rinnovato, di un’energia che trova le sue strade e annoda, tiene insieme, passa consegne senza delegare.

Stavolta mi porto a casa Federico che urla di gioia, sul tatami: sente il suo corpo che sente, e si lascia toccare. Quasi dimentica di coprire la faccia con la mano e ride, ride col corpo che non ha vergogna e ha trovato, in mezzo a tanti muri, una finestra sua, per quanto piccolina.

Stavolta mi porto a casa Pino e tutti i suoi ragazzi. E le sue alte scuole. 

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