Bisogna pensare a certe strade che sembrano farsi da sole, in mezzo ai campi: un diradarsi improvviso delle spighe, che si tirano da parte per il passaggio di un carretto. 

Specie, bisogna pensare ad una strada bianca: il nome non deve far scordare i sassi, ma abbagliare, forte. Nei giorni di calura.
(Quando gli occhi si stringono alla luce e le cose si sfrangiano, dentro la fessura, scomposte dall’orlo delle ciglia. Pungono, anche, perché il sole qui da noi è argilla sminuzzata, polvere che si alza dalle cavedagne e aspetta l’acqua per drizzarsi in punte dure: piccole creste quasi risentite, unghiate di  ruote appesantite)

E bisogna pensare al pomeriggio che si cuoce lento, slana le gambe e le fa malate, col gonfiore a tendere, lucida, la pelle. La domenica.
(Quando la giornata ha una forma incerta e lascia il lavoro ad un trattore, giusto verso sera, perché, tanto, qualcosa si può ancora fare, se le donne se ne stanno quiete nella corte:  a parlare e guardare i gerani dentro le latte di conserva  o  maledire l’odore dei maiali nel porcile)

Poi bisogna pensare a due sorelle ragazze, sulla strada bianca, con la veste buona, che ha maniche a coprire, lo scollo piccolo e quadrato. Non si deve mostrare la pelle tutta scura, dice di troppe ore passate a trapiantare: l’acqua e limone si può, ma solo per le mani.

Stanno andando alla benedizione.

Una pregusta il senso di incenso e di frescura del primo passo nell’ombra della chiesa. L’odore dei gigli già trascorsi ancora appiccicato alle statue e ai legni delle panche. L’altare con i pizzi in devozione, preghiere fatte a tombolo, regalo del tempo e della cura a sanare peccati e desideri. Le tele stirate con lo zucchero, neanche la piega di un pensiero. E la giaculatoria coi nomi dei santi tutti in fila, che si smemora in lunghe cantilene, lunghe come il fiume, che tutto porta, tutto…Si sta protetti dentro quel candore e obbedire pare il solo gesto.

L’altra si leva le scarpe e le tiene entrambe per le stringhe. Dondolano in gioco, le scarpe, docili alla mano che segue una sua musica, lontana. Cammina sicura a piedi nudi, la Elsa. Non appena la curva della strada la salva dallo sguardo di sua mamma.
(Si laverà alla pompa con la spranga di ferro per timone, sul bivio del rosario, spigolando l’ombra della colonnina e basterà traversare di corsa il trifoglio per asciugarsi bene. Le scarpe salve da polvere e sudore)

Guarda e capisce, la Livia: Allora tu non vieni.
La Elsa fa no no e conta i passi che mancano alla Elge, che tiene il ballo, nella sala grande del caffè, con le pale al soffitto e il biliardo tirato da una parte, la limonata fresca appannata sui bicchieri. A pochi passi dalla chiesa., col prete avanti indietro, a vedere chi si perde e chi si salva.
La musica si sente da lontano, a favore di un alito di vento: violino, fisarmonica e piano verticale, pronti a straripare dai muri  della piazza. La Elsa si è tenuta le scarpe belle fresche, pronte per ballare, perché il ragazzo che le ha ben fatto segno in chiesa,  la mattina, di certo ci sarà. E saranno polche e mazurche e parole dolci nell’orecchio e quel senso di pienezza al petto.

A casa non c’è da dire niente.
La Livia lo ripete a voce bassa.
Ma già lo sa come andrà a finire: si arriverà più tardi, mute tutte e due,  la Elsa con gli occhi che sono ancora altrove.
La madre capirà col senso delle donne, altro odore sulla pelle e quel rosa che viene dagli amori. Paura, memoria e gelosia, a fare fitto, insieme.

Due schiaffi, uno per sorella.

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