Qui come altrove, c’è un uomo di parole.
Prima ci sono stati i rami dei pensieri, fitti sullo spartito della fronte, lo scatto rapido del passo, il gesto che non lascia ombre, la piega diritta delle labbra.
Poi il tempo si è mangiato tutto e sono rimaste le parole.
Ancora traversano il cortile della casa vecchia, dentro i saluti lunghi della sera: perdurano nel fischio e nel tepore delle attese sul gradino, a guardare le dalie, il sole dietro l’orto arancio.
Spesso percorrono il giornale del mattino e chiedono di sanare il mondo: fanno sciame in testacuore, nel rimorso dei doveri disattesi e nell’eco dei discorsi per la strada, scelta più lunga per dire le ragioni.
L’uomo di parole arriva all’improvviso, zampa di spinone e ortica, e all’improvviso fugge, in trasparenza.
Si vorrebbe non vederlo scolorire, come certi sbuffi di nuvola o di fumo.
Allora si è svelti ad appendere zavorre.
A fare peso, quanto non si è potuto dire e carezze di speranze nuove.

per G.