Qui come altrove, ci sono uomini d’orologio uguale, nel cuore o nella testa non è dato dire. Un orologio che batte l’ora del tramonto e da anni li chiama all’ansa grande.

(Il fiume, lì, è un gomito d’acqua e tenta l’argine con barene di sabbia e zucche riccioline)

Arrivano con fare noncurante, in macchina oppure in bicicletta, in tutte le stagioni. Sempre allo stesso posto, dove l’argine si fa palco e balcone, fra quinte di salici e di pioppi.

E senza dire il motivo vero.

Parlano dei siluri che pescano gli slavi, del tartufo che non si trova più, e poi di donne o anche di partiti.
In faccia non si guardano mai: con occhi innamorati, puntano il sole che si slarga si spiana nella nebbia come mollica in mani di bambino o si lascia andare e muore in braccia calde d’acqua, lento  fra i cori delle rane.

E’ una scorta adorante di sguardi inconfessati.

Il sole ringrazia per tanta dedizione e si sfragola in colori di pesca e di ciliegia.