Qui come altrove, c’è la donna che alleva le paure.
Le accoglie piccoline (ché, sul nascere, sono solo spine, granelli che pungono la pelle), poi le cresce con rara dedizione. Le rassetta, precisa, ogni mattina, toglie eccessi di panico e speranza: le paure han da restare tali, senza sfrenarsi in esuberanze. Le innesta, piuttosto, dopo i geli dell’inverno, perché possano gemmare in butti nuovi; le nutre coi presentimenti e le innaffia di segni e monizioni.
Accade ogni tanto che la paura grande si gonfi e perda la misura, come certi funghi che spugnano nell’ombra e torcono il cappello in forme strane.
Allora capisce, la donna, che è tempo di fare pulizia: il piccolo va spazzato via, il poco ridotto a segatura, per regole d’ordine e di gerarchia.
La  paura grande viene presa in cura e rimessa al suo posto dentro i giorni, infilata fra i piatti e i bimbi da lavare, perché ritorni nei ranghi della vita.

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