Qui come altrove c’è il cacciatore d’echi.
Usa la rete del silenzio (che ha maglie fitte fitte) e la srotola, a trappola, ai bordi di percorsi e di radure, fra vigne e cavedagne, fissandola a colonne di salici e di pioppi. Nel suo passare durante la giornata, lungo il macero ghiacciato e il margine della ferrovia.
Negli spazi bianchi, basta una voce di corte o di cortile lanciata verso il cielo a smuovere gracide cornacchie e picchi laboriosi: anche la ghiandaia scuote il suo lamento, che s’assottiglia in coda.
L’aria fredda si fende in bruscoli o trucioli  di versi.
L’uomo toglie la rete verso sera, tenendo stretti i lembi.
A porta chiusa, la riaprirà per fare la casa meno sola, i suoni appollaiati sulle travi, come presenze amiche col vizio di ciarlare.

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