“E poi tornava la Rosa miamamma, dalla spesa in piazza.
A metà mattina.
Giornale e focaccia ancora calda. Vuoi con cipolla, vuoi con rosmarino.
Richiami grandi per mio padre: subito in cucina, lui, col suo odore buono di pulito, fresco di barba appena fatta. (Mattine regalate in casa, nei giorni di partenza al pomeriggio)  
Parcheggiata Storia Romana sotto l’albero (tortore vigili sulla siepe di confine), mi prendevo il mio tempo di chiacchiere e conforto.
Politica applicata. Attorno al tavolo con il mondo sotto gli occhi, spiegato sul giornale.
Si smezzava per guardare in proprio, ma con l’occhio alla pagina ceduta.
E la focaccia chiamava un po’ di vino. 
In cucina abbiam rifatto il mondo tante volte. Tenuto insieme con ipotesi a noleggio: salvato e ripulito. Trame di ‘se’ per mettere le cose a posto.
Io con Ingrao, lui con Berlinguer, sui passi della terza via.
Avrei voluto sapere tante cose, spiegare bene tutte le mie idee, ché si fa presto a dire massa, ma… Mio padre mi ascoltava quando, infervorata, toglievo dalla tasca trenta verità: in fila, rosse e  tonde, perfette nella loro identità.
“Finchè si parla va bene, ma le idee han bisogno di braccia e gambe, -sorrideva- bisogna farle camminare e toccar terra. Te, ti capisco solo io: non lo sarai mai un quadro di partito.” 
Non ci restavo proprio male: solo con gli orizzonti un poco sgonfi e la cornice a pezzi…
La Rosa miamamma radunava i fogli  dei giornali, raccoglieva le briciole un po’ unte  e le metteva sul davanzale per i passeri.
Briciole po-li-ti-ciz-za-te- diceva, e mi strizzava l’occhio. 
Ché, io e lei già lo sapevamo…
Far camminare le idee?
Farle volare, veh…”

Un pezzetto di un vecchio racconto, per dire che stasera ho risentito quella passione, ho provato una gioia che credevo persa. Mi sono sentita parte di un gruppo che, dopo aver lavorato per un anno tosto, molto tosto, ha vinto le elezioni, senza effetti speciali, senza soldi, senza compromessi.
Solo facendo volare le idee.
GIovani e meno giovani insieme. “Felicità di compagnia”

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