Aveva aspettato che finisse il vento.
(La neve di maggio, se la porta l’aria. Cospirazione di pioppi soffi e sole, poi cigli di strada a fare sponda o bordi di fossi e margherite. Strisce di bianco un po’ slabbrate, peluria leggera e parpagliona, a consolare le spighe coricate)

Il bambino aveva in mente un suo progetto bello. Ad aria ferma.
Bastava muoversi per tempo e cogliere i piumini, senza sassi o pietrisco, solo in purezza d’anima. Sacchetti del pane riempiti con pazienza, a schiena china. Gonfi di niente. E amici infrascati in camporella, mandati alla raccolta.
Bisognava non stringere o costringere, solo cercare il sotto, con mano ancora più leggera.
Meglio neppure respirare.
(I piumini hanno un modo loro di capriolare avanti: un estro di libellula, che prima  pare ferma e poi si sposta, al momento buono. C’è da rincorrerli, senza muover niente)

Si potesse filare, tutto quel cotone, diceva la vecchia, sotto la barchessa.
Pareva uno spreco, il seme di pioppo, inutilmente bianco.
Ma il bambino sapeva cosa fare.
C’era da sedersi un po’ discosti, magari dietro il muro della salvia, e lasciare che la vecchia si facesse i suoi viaggi di ‘se’ e di ‘ma’ a voce alta, prima di andare in casa, poi cominciare col prenderne un gran fiocco, appiattirlo e sfregarlo fra le mani, fino a farne un cordone lungo e grosso, con le giunte di stoppia avviticchiata.
Un gran lavoro, come di nuvola obbligata  a diventare biscia.

L’aia vicina ai rotoloni era una piazza  vuota di mattoni, nel dopo mangiato dal silenzio assorto, coi primi caldi che battono alle gambe.
Il bambino a terra faceva un labirinto, di volute e ritorni, meandri e drittifili, coi suoi cordoni di bioccolo di pioppo.
Un disegno di bava di lumaca, senza incroci e senza punti morti.
Una mappa di calma e fantasia, per avere il tempo di gustar le cose, quasi a prolungare quel momento: il fiammifero passato sulla pietra (l’odore di zolfo dentro il naso), l’innesco della miccia…

Il fuoco spiccò il suo balzo di leone o forse d’onda  che sfarfalla e fruscia: una saetta  che brucia fra le mani e corre, corre, corre.
No, non ci voleva il vento.
Il vento se ne era stato buono per tutta la mattina, ma  il fuoco lo snidò, lo convinse per un’antica intesa: altri piumini in aria, altri piumini a terra, una prolunga rada di quella  biscia bianca.
Il bambino capì e non capì, solo cercò di fermare il fuoco, pestando coi piedi, col cuore, con un urlo che era di stupore, ma le faville ne chiamavan altre e si alzavano in aria per volare via, verso il fienile con la paglia secca.
Nel vuoto della corte, una voce grossa  tuonò Ià brusà la butuleeeera.
Hanno bruciato il fienile.

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