Qui come altrove c’è la vecchia che sente tutti i movimenti, persino quei trasalimenti che portano il respiro dritto in gola.
Nei passeri che tacciono di colpo, nei cani che cantano scongiuri e litanie, legge l’arrivo del male della terra. Lo vive nella pancia, come l’urto di un figlio che s’attarda, oppure nel tremito del corpo, nelle  braccia, slanate sotto il peso di invisibili fatiche.
E allora, se la strada fa l’onda  e i muri sono cera molle, salta sulla bicicletta, zattera per lidi senza scosse.
Quella sera è caduta in malo modo, proprio davanti alla sua casa, una casa ferita e da lasciare.
All’uomo venuto per portarla via, sull’auto grande con le luci e la sirena, ha detto che non sarebbe andata sola. La parola ‘insieme’ cocciuta come un chiodo. L’auto grande è partita dopo un poco: vicino all’albero del flebo, docile e quieta, la vecchia bicicletta.

(L’immagine della vecchia salita in autoambulanza con la sua bicicletta è un dono di Notimetolose.  A lei, con dedica, ritorna questa piccola storia, come augurio di giorni a casa, a terra ferma)

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