Che il viaggio dovesse avere fine stava scritto sul palmo delle cose.
Già nell’inizio: un cadere dall’alto, come foglia o piuma, quasi un distacco acerbo di materia, cedevole alla forma e viva.
(Il nascere ha impronte molli e dure, da conservare e da restituire, nel cerchio dei ritorni)

La forza era arrivata piano, forse chiamata dagli ostacoli del viaggio: tutta l’energia ceduta al movimento. Vigore che prima striscia e slitta, rotola anche, poi si gonfia e diventa passo e salto e corsa, un irradiarsi verso direzioni ignote persino all’orizzonte.
(Un corpo si fa, lungo il percorso: cresce, prende e dà, è specchio della vita ai bordi, nel rinsaldarsi di certezze e modi)

C’era stata, sì, qualche sosta pigra, qualche dolcezza d’indugio o d’incertezza, un asciugarsi ai soli dell’estate, quando i pomeriggi impastano il silenzio e le cose si fanno di un colore asciutto, sagome di cartone col piede ripiegato.
E c’erano state ore di tumulto, quelle col cuore che pare straripare, sotto cieli scoppiati in bolle d’acqua grossa. Niente pare linea di confine o margine sicuro.
Neppure era mancato il latte della nebbia, la voglia di sparire o svaporare, come possono i ricordi o i fumi della sera, per riprendere speranza e decisione: così l’andare si era fatto piano e risoluto, un procedere senza più paura, nel disegno che muta di percorso e accoglie svolte, inciampi, il gorgo.
(Pienezza a dare senso al tempo e scaglie diverse a decidere l’intero: niente di inutile arriva nella vita, foss’anche l’inarcarsi di un airone)

E poi.
E poi fu uno sgarzarsi dalle rive: slargarsi d’un tratto in un respiro capace di assorbire il cielo, slentarsi da una stretta forte che di colpo perde resistenza. Sentire due braccia d’argine che non tengono e si sciolgono, morbide, fino a scomparire.

Fermarsi, allora, in un rito di lentezza, infiacchirsi per cedere la terra accumulata, l’eco di isole e di pioppi, di sponde accompagnate, di tronchi al galoppo di corrente, di argille liquide e ristagni: un pegno della vita precedente, in forma di tomboli e barene.
Per cancellare  regole e  divieti.
Per scucire il letto, aprirlo alle sabbie e alle conchiglie.
A memoria del corpo, solo il gioco d’eterna seduzione: il fiume tese la sua mano, terracqua che si allunga in unghie azzurre, per tentare il mare e lasciarsi prendere. Sogno e vertigine di un abbraccio antico.
L’asprezza di ciottoli e di tife, di rovi e di spuntoni, lisciata onda su onda, dentro quel grembo.
Le strida dei gabbiani ora lontane.

(Finire, dunque, e capire l’orizzonte, fino a lambirlo con tiepide intrusioni)

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