Qui come altrove c’è la donna che non può sopportare quel rumore. Il frullo del passero che resta intrappolato nel tubo della stufa: un fremito di piume e ragnatele, un cuore di grigio e  resti di carbone, che batte e si dispera. Come la follia o come la vita che sa di spegnersi pian piano.

Allora la donna spalanca la finestra, apre il portellino e resta rannicchiata fra la stufa e il muro, nello spazio che serve d’inverno per la legna. Un braccio incollato alla parete, l’altro a cercare lo smalto della stufa. Gli occhi chiusi, con le mani a pugno. Spera che il passero trovi la sua strada e niente spaventi la sua fuga.

La casa intanto se ne vola via: tavolo, sedia, persino il pavimento cercano la finestra aperta. Nella stanza resta solo quel fruscio, che adesso batte dentro il petto, una ruga che sfrega e si lamenta, poi rallenta a scatti piccolini.

Fioca. Sempre più fioca.

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