Chi mi conosce sa il mio amore per le mele vizze, concentrati di dolcezza e di imperfezione: piccole, rotolanti mele di salvataggio.
Piacerebbe, ora, averne una scorta sotto il letto, a fare tappeto e odore di verde, come accadeva nella stanza fredda e vuota della casa grande.
Sono pensieri che vengono, leggeri, mentre, al piano di sopra, i muratori stanno scrostando i muri, inserendo tiranti e mettendo a nudo tutte le crepe e i danni.
Il terremoto è sparito dai giornali, ma è rimasto tutto nei muri delle case.
Ci sarebbe bisogno di una vita di mano gentile, adesso, ma è itinerante la sua dolcezza.
Si raggruma sul fianco d’una mela, in una speranza messa a norma, in una pausa breve, barattata, poi si distende come un tessuto liso. Si sfilaccia e si perde via. Occorre aspettare che riaffiori e fare bastare quanto ha già dato.
Così, in certe ore della notte, quando pensieri tempi e cose diventano colonne alte, fa bene credere che, lente e flosce, cederanno al sonno e perderanno peso: magari basterà una piuma a sgranare i mattoni della torre.
Chissà.
Dolcezza diventa allora un giro di lenzuolo, a coprire bene le spalle.

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