Qui come altrove c’è l’uomo della barca, che è  lunga e scura come l’anima di Po, quella segreta.
Dell’uomo e della barca si sono persi i nomi: per chiamare il primo basta un verso, un richiamo d’anatra di passo, l’altra è di tutti e di nessuno.
Selvatici, possono sparire e riapparire senza scandali d’assenza:  al modo delle canne che bucano il terreno o della zucca ricciuta che sale lungo il tronco del salice impiccato, ma poi ricade senza più un sostegno.
L’uomo della barca ama l’estate, perché cuoce l’umido del legno e secca il remo, fino a renderlo affilato. Ama le notti, perché accendono le rive di grilli acidi e rane ubriache in sottofondo. Allora prende la barca e va verso l’isola, dove le cappe camminano al mattino in spirali di sabbia sotto traccia.
Nel tratto senza ombre la luna è grande e gialla, dentro l’acqua: tremula in righe orizzontali.
L’uomo la rincorre e la rompe con il remo, per far tacere la malinconia della bellezza.