Di lei si ricordano le mani: due copie di pane,  coi tagli nei bordi.
E la faccia scivolata in basso: di bello neanche gli occhi o la pelle, scura nel naso e attorno alla bocca.
E la parlata, svelta svelta.
E la fretta.
Sempre andare, sempre fare, anche se non c’era famiglia da accudire, né pentola da mettere sul fuoco: solo chiacchiere e gerani, da scambiare.
In giro, bicicletta e un brio scattante nel collo, anche vecchia, quasi in risposta a un’interna fanfara.
Perché, lei, ragazza, era stata benemerita massaia rurale.
La più benemerita.
Con l’attestato.
E nell’adunata  in città, quando  aspettava e sperava sfilando e cantando davanti a Benito, con orgoglio aveva teso le braccia e mostrato il grembiule e le spighe e le spillette di merito.
A lui, al duce.
E quello, preso da tanto giovanile e campestre furore, l’aveva carezzata sulla testa.
Birichiiina…”, le aveva ripetuto, due volte due, accostandosi vicino vicino, benevolo e un poco marpione.

Mille volte la storia fu raccontata e mille volte la distanza fra l’augusto labbro e il trepido orecchio fu raccorciata.
Tanto tintinnò quel “birichiiina” che il nome della donna andò smarrito: nell’erba di qualche cavedagna, in qualche spiffero di  madia, in qualche pietra di mulino.
E col nome si perse anche la vita.
Non ci furono nozze né mani d’uomo,  nel sogno di un niente accaduto.
La benemerita massaia rurale rimase per tutti, sempre e soltanto, la birichina del duce.

Ché le formule acchiappano le cose per metterle in gabbia.
O in croce.

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