Ci sono città in cui il tempo si scioglie come un’aspirina nel bicchiere: resta attaccato al vetro, rifranto in spruzzi di lentezza.
In altre, le ore hanno il batticuore, tanto vanno di corsa: hanno bisogno di giardini e di riposo, per riprendere il fiato.
Roma lo sa e accoglie le ore a ruzzoloni alle porte del Cimitero degli Inglesi, le avvia per piccoli sentieri di bossi e di pietrisco, fra muschi e fra candori, in mezzo a nomi che raccontano di arte e poesia, nel sogno trasformato in sonno.
Si resta avvolti nella luce verde e cinerina, guidati dalle gatte, che grattano le unghie sul dorso di vecchie palme già scagliose, e dagli angeli, che attraversano le fedi, nella leggerezza del marmo tutto bianco.
Verrebbe voglia di consolare l’angelo del dolore, così abbandonato al suo lutto silenzioso, e di credere all’altro, che pensa poggiato sulla mano, e quasi sorride, guardando al cielo.
La gatta Camilla, screziata d’arancione, porta da Gramsci e si allunga placida, di schiena, ma non schiaccia le viole, lì vicino.
Ogni segno di vita, qui, ha la sua religione.

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