Guardo la mia stanza chiara, qui in campagna, e penso che, nel suo passato prossimo, è stata una vigna, come quella di Pavese.
La vigna ha terra rassicurante e funzione certa, ma i filari, gli intervalli d’erba, i giochi d’ombra e il cielo che intravedi … no, queste non sono cose ferme e usuali, viste e quotidiane: cambiano e aprono ad un altrove possibile. La vigna sa di avere pareti conosciute e insieme remote, familiari e insieme diverse.

Anche la mia stanza.
Ora conserva, fra vecchi mobili e una scala per galline, ceste di voci e accordi di chitarra, racconti di terra e di montagna, di altre case che si aprono accoglienti, e il sapore del fuoco che incanta e unisce, il fuoco soprattutto.

Resta nella stanza la voglia di ritrovarsi uguali e docili a cambiare, fra pensieri sfiorati e leggeri, nel calore che sfata lontananze.
La stanza-vigna conserva e trattiene:  “…un miele dell’anima, e qualcosa nel suo orizzonte apre plausibili vedute di nostalgia e di speranza”.

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