Il sette marzo, la sera, arrivava da Mantova, con la corriera di Paviani, un grosso involto di rami di mimosa, legati con lo spago e protetti da un cannicciato un po’ scomposto.
Miazia Iris andava in bicicletta a riceverlo, lo portava a casa e lo appoggiava sul divano dell’ingresso. Non si poteva aprire, solo guardare con curiosità, pregustando il dopo.
Bisognava aspettare che arrivassero le donne. Allora, in cucina, si scioglieva il pacco sulla tavola grande e ne usciva una luce gialla e un po’ ammaccata, al profumo di verde e di spezie. Piumosa.
C’era da risvegliarla, la mimosa, dopo il suo lungo viaggio da Sanremo, rianimarla con mani leggere, aprirne i rametti e ripercorrerne le foglie seghettate e chiuse, aprendole fra indice e pollice, per pettinarle bene. E poi da dividerla in piccoli ciuffi, per il giorno dopo, stretti da un nastro rosso.
Io ne passavo un tralcio sulle guance, come uno spolverino e raccoglievo con cura i grani caduti, su un piattino.
Era un lavoro d’allegria, anche se alle piccole si spiegava il perché di quel rito, le ragazze andate a fuoco nella fabbrica sbarrata, quel fiore, a coprirle.
La mattina seguente, la Rosa miamamma, la zia, la Flora, la Leni e altre ancora partivano con cestini ad anfora dal manico lungo e sottile, bianchi e intrecciati. Bussavano ad ogni porta, già sapendo quali si sarebbero aperte e quali sarebbero rimaste chiuse, le offerte per l’UDI nella scatola da scarpe.
Un gesto per dire  ‘ci siamo’, nel segno di una gentilezza in forma di fiore e di memoria.

Ho comprato un mazzo di mimose, ieri sera. Le ho trovate al supermercato.
Ne ho prese tante e ne ho fatto molti s-cianclin, perché voglio che chiunque entri in casa nostra, oggi, uomo o donna che sia, ne abbia un rametto. Per continuare un dono che viene da lontano e di cui si è persa traccia, fra pizze e sacchetti di plastica.

(dedicato alla Rosa, alla Elia e a somama, perché sanno cosa c’è dietro i gesti)

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