Arrivano alle sette, nel tramonto che diventa breve ( un cielo a violacciocca, appena rosato e mosso).
La parete di fronte, coi mattoni scoperti, intanto, prende la luce, la tiene sulla pelle per qualche minuto, ancora.
La vite americana è già sfumata in rosso.
Arrivano di colpo, da direzioni diverse: cento o più, per una mappa segreta o un qualche orologio o batticuore.
Si annunciano con squittii da cielo, un vociare cigolante e prolungato, come certi cavatappi a ricciolo, quando, a lavoro compiuto, son chiamati a risalire dal sughero e lo fanno con un gemito pieno di c c c fischiati.
Arrivano, i passeri.
Entrano a volo secante (o a tuffo) nella vite americana, che li invita, ruffiana, con certe bacche nuove. All’improvviso si gonfia, si sgonfia, si scompone, se li riprende e dopo li nasconde.
E’ tutto un dire un dirsi un fare; una gioia smodata, gridata, chiacchierona, mentre l’estate gocciola più lenta nel suo caldo.
In questi minuti di frontiera senti la vita che respira.
Si allarga e si stringe, si allarga e si stringe, come la vite un po’ accesa e un po’ ramarra.
Il mondo è prestato ai passeri e coi passeri “canta e ride”.
Un mondo parallelo, fra un muro e un panno di foglie.
Scorre e rinasce, per appuntamento.
Così gratuita, questa gioia, che niente, niente resta come prima.

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