Le bambine salirono su per la scaletta, fra passi di formica e saltelli di gallina, un po’ per gioco e un poco per paura, nascosta a conte e cantilene.
Le donne ancora giù, nella stanza di sotto, fra rumori di stoviglie e chiacchiere e pacchi da svolgere, in fretta.
La sera intanto si faceva spessa, come colata giù tutto d’un colpo.

La camera in alto aveva l’odore del bucato e della gomma calda, rimasta troppo sotto il sole, di sandali che sono stati in acqua e di costumi che non hanno perso il sale.

La finestra era aperta sui rami, che sapevano di resina e di salso.
Mute le cugine, affacciate a cercare il mare, così nero e lucido, là in fondo, e con la luna sciolta nell’acqua a tremolare, in righe appena mosse.
Non c’era bisogno di parlare.
Non c’era bisogno d’accendere la luce. Bastava l’abat-jour sommessa, che faceva rosa uno spicchio di parete.
Solo era bello respirare.

Ma guarda le onde che si mettono a volare, pensava quella piccolina, guardando nel giallo del lampione uno sciame di spruzzi volteggianti, pezzetti di mare alato, scuro e nervoso in aria. Forse le onde mi vengono a trovare, per fare gli schizzi anche di notte. Porteranno le conchiglie nere…

Il grido della Diana e dell’Ughetta fu un graffio di terrore.
Uno schizzo era entrato attraverso la finestra.
La bambina l’avrebbe toccato volentieri, per trovarlo fresco d’acqua e di luna, ma sentì un fruscio, un soffio molle e peloso sulla spalla destra, vicino vicino all’orecchio. Forse anche all’occhio, che per un attimo restò tutto velato.
Sgradevole come cogliere una prugna, metterla in bocca pensando chissà quanta dolcezza e poi sentirla brusca fino dentro gli occhi.

Vennero le donne con la scopa, per cacciare il pipistrello spaurito.

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