La mia strada di mezzo costeggia il Tartaro, ora non grasso di rane nè di lenticchie d’acqua, così ramarre nei giorni di sole.
E’ spirituale, il Tartaro, per via di certi aironi lividi sulle sponde, perfetto aplomb in ogni stagione, indifferenti ora a nuvole moschine ora all’erba che ghiaccia.
Sembrano gigli di terra povera, gli aironi, esili di zampa e nobili di becchi pistillo.

A vederli spiegati, ti chiedi come tanta ampiezza, come tanta grazia possa restare incollata e silenziosa, quasi appuntata al corpo, prima del volo. Trattenuta dallo spillone del collo, ad arpa.
Movimento covato nel chiuso.
O inceppato.
Poi, questo venir fuori improvviso.

Aperti, gli aironi sono il volo largo. Modulazioni d’aria.
Il collo perde piano la curva dolce e si tende, come dietro a una musica.
Lenti aironi in lenti cieli, senza superbia.

Facile pensare a quante cose, a quante idee, ferme in terra, diventino vaporose e mobili, in alto.
Srotolate e libere, come il fumo.
In espansione.
Hanno bisogno di aria le cose idee, anche se è un’aria color carta da forno. Densa e insonnolita.

E pure, e pure… sai così doloroso il riplanare, tanto conosci la ferita del richiudersi che, dell’alto, conservi intatto il sogno non speso.
Resta imploso, il tuo volo: intalpato nel ripiegamento noto di ogni giorno, mentre a fanali accesi stai nella strada di mezzo, che non è terra e non è acqua  e neppure cielo.

Fino al prossimo airone.

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