Vado spesso in campagna, dove la mia famiglia ha un rustico.
Mi piace guardare la terra: c’è un campo, infatti, al di là dal fosso, che costeggia la strada bianca.
E’ un campo che ha lavorato, quest’estate, col granturco.
Adesso è terra scura e rivoltata, come certi vecchi cappotti che, sul rovescio, tengono i segni delle cuciture, ma danno, almeno lì, il senso della non usura.
La terra, dove è compatto il segno della lama, è lucida e lisciata da segrete ferrate.
Ha un colore stupito. Quell’azzurro che i metalli sottraggono al fuoco.

E’ fresca questa terra di sotto e grassa e umida.
La guardi e pensi che questo è il suo modo di attendere.
Perché  anche la terra, la terra nuova, attende e si prepara a cominciare il viaggio di sopra, a lasciare il buio, il silenzio, la parte degli umori e delle radici per la superficie.
E’ l’attesa del verde e della luce.
E’ l’attesa di una vita che si riaffaccia, all’interno di un ciclo che si deve compiere.

Forse è proprio la terra ad insegnare all’uomo l’arte dell’attendere. Col suo tempo che rinnova e si rinnova, con la pazienza del seme e la gratificazione del frutto.

Si attende tutta la vita.
Si attende sempre qualcosa.
Qualche volta con ansia, in una corsia di ospedale,
Qualche volta con noia, persi  in una fila di carrelli,  e questo è l’aspetto grigio dell’attesa.
Qualche volta con una paura cosmica, che è l’umana, incerta condizione di fronte ai ‘labirinti della storia’, quando non si sanno gli inizi e neppure si possono ipotizzare le uscite. E allora attendere coincide col restare sospesi.

Il più delle volte l’attesa ci porge altri colori e allora le affidiamo il compito di predisporci una promessa che si realizza, un sogno che prende forma.
E’ l’attesa bella del bambino che guarda il cielo bianco, scommettendo sull’arrivo della neve.
E’ allora che l’attesa assume il volto rassicurante e consolatorio della speranza, senza chiedere, in cambio, neppure una briciola.