Stamattina c’era un sole freddo, chiamato a raddrizzare i contorni delle cose e a cancellare i tremolii della nebbia: squadrature ad arte per fissare i confini. Forse per questo il gelo mi spaventa: ha l’istinto del grande ordinatore e dà il senso oggettivo delle distanze.

Nella necessità di chiamare l’anno nuovo, dopo aver letto un po’, telefonato un po’, scritto un po’, evitando le faccende di casa, lo abbiamo sfidato, il gelo, e siamo usciti per fare un giro.

Gli argini hanno una loro musica, d’inverno. Anche sfrigolii di falistre ghiacce sul bordo della strada e scricchiolii di erbe secche  e sospiri di civette imbambolate sul filo della luce, forse sorprese dal giorno.

Fra tanti scheletri di pioppo, un abete, all’improvviso. Rustico e sgraziato.

Chissà cosa si prova ad essere abeti in mezzo a una tribù di pioppi…

Non so: vorrei che gli alberi si riconoscessero alberi anche sotto ‘mentite’ foglie. Vorrei che le persone si riconoscessero persone anche dietro ‘mentite’ spoglie, mai separate da nessun grande gelo ordinatore.

“Insieme” è la parola-desiderio che chiedo, per tutti noi, all’anno nuovo.

Auguri.

zena

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