Sono reduce da un pomeriggio di sole eccessivo.
Presente il caldo grigio?
Non quello che passa a sbuffo, s’accende e si spegne a seconda del traversare la piazza o del costeggiare un muro.
No, quello che invece grava con le ‘a’ tutte aperte, a zampe divaricate, nell’indifferenza dell’ombra.
Limaccioso e lento: si addormenta  sulle antenne e cola. Predilige le ringhiere di ferro, per renderle incandescenti.
Ogni fessura è buona per entrare: la piega del gomito, il soffio fra due pagine, l’intervallo di un respiro.
E poi i buchi dei pensieri.
Li forza, li slarga e li allenta. Gli orli si arricciano e non collimano più.
I pensieri restano aperti, con le idee che svaporano o si snervano, a penzoloni.

Non si vede, il caldo, e io soffro la pesantezza delle cose che non si vedono.
Soffro la pesantezza del caldo e le sue dispersioni opache.
Il freddo stringe, tiene e fa tenere.
Il caldo è ottuso come un silenzio di stoffa.
Non sa legare.

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