Alla Bina piaceva stare sulla porta: avevano messo i sassi sulla strada, fin sotto il volto della torre, con le piastre di marmo lungo i lati, due strisce quasi rosa a far da marciapiedi.
La gente ora ci passava.
La Bina tirava un po’ la tenda e lasciava che lo stipite le tenesse su la schiena.
Restava lì a guardare.

Se c’era freddo, sceglieva il mezzogiorno, quando il tempo si ammucchia sopra il campanile e poi cade giù, fra tocchi spessi e grossi.
Erano svelte le donne  della spesa, con la testa ormai alla tavola e al marito: anche le chiacchiere c’erano già state e per la Bina restava quello scampolino, un breve buon giorno di passaggio.
Ma lei se lo metteva via, ogni saluto, anche il cenno della testa un po’ affrettato, ché poi li ripassava sul divano e diventavano il senso delle ore, nei giorni così lenti da passare.

Col caldo, la scusa si faceva buona: la porta sbiecata chiamava la corrente e teneva l’aria del mattino, sulle piastrelle  tirate con la cera. La casa prestava un poco di frescura per una sosta quasi di ristoro: vieni, diceva la Bina, con la promessa muta di acqua col limone e anche di una dalia, all’occorrenza.
Qualche donna si fermava volentieri, entrava nel corridoio fresco, stupita di quanto fosse tutto ben pulito eppure con l’odore della pelle vecchia, di un sudore che non si è più sfogato e resta freddo appena sotto traccia.

La porta scostata anche d’autunno cominciò a dare da pensare: la Bina era lì già dalla mattina, a inseguire con gli occhi facce nuove, a invitare almeno a una parola, a salutare senza riconoscere nessuno.

Quando la notte la videro nell’angolo, col grembiule leggero di cucina, sghemba e spersa come mai, la presero a braccetto: pochi passi, fino alla sua casa.
Non volle entrare: troppa gente, dentro, bambini e cavalli, voci e grida.
Troppo pieno quel vuoto. Troppo pieno.
Non c’era più posto per nessuno.

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