Come cerva che assetata
brama l’acqua di un ruscello
Entrò cantando, l’uomo coi capelli grigi. Nella bottega attaccata al forno, con le spose a fare fitto, nell’attesa del pane.
La bambina vide suo nonno diventare allegro, come quando la domenica prendeva lo sgabello e andava a predicare sul sagrato.
Fu svelto a sciogliere il grembiule e a rispondere con l’abbraccio dello stesso inno, ma appena sussurrato,
così l’anima turbata
con speranza volgo al ciel
E ancora si abbracciarono e uscirono insieme, nel cortile: la porta del negozio spalancata e le donne a bocca aperta. Aspettavano coppie, crocette e schiacciata. E invece lì, a far le statuine.
Doveva ben esserci qualcosa, perché Bigìn mica era uno da prendere e andare, senza dire né come né quando.

La Matilde sbatté la cesta sul banco, quasi i pettegolezzi fossero cornacchie da stornare col rumore, e poi, giù, grandinate di pane nei sacchetti e neanche una parola.

La bambina era un poco incerta se tener dietro a suo nonno oppure no. Seguirlo era avere gli occhi della vecchia piantati nel coppino, ma stare lì, a guardarla, era perdersi il nuovo.
Allora si mise con la scopa a spazzare briciole e farina fra i piedi delle donne.
-Ah, che non mi sposo più, disse la grassa con la voce in gola, e le altre a ridere a ridere.
-Fuori, fece la Matilde, tutta risentita.

Era quello che voleva. La bambina infilò tre piroette e traversò il cortile fino alla porta di lato del teatro, quella che dava sull’orto: suo nonno stava dicendo sì, che andava tutto bene, che si poteva fare, che non c’era bisogno d’aspettare. Allora l’uomo coi capelli grigi, la donna ed anche una bambina cominciarono a portare le casse nel teatro, scaricate piano piano dalla pancia del carretto.

-Avremo i burattini domenica, in teatro. Ci costeranno niente, disse suo nonno, a tavola.
La parola niente regalò al suo piatto un altro mestolo di riso, che sua moglie elargì di buona grazia. La bambina prese quel gesto quasi per sorriso.

Dalla porta piccola del teatro, veniva l’odore di chiuso, un fiato di velluto vecchio e legno umido.
E di polvere che usciva o entrava.
Un senso di segreto rivelato, ché, a vederlo di giorno, il teatro, era come entrargli nel fianco, con una fitta di luce a tradimento, quella che mostra macchie e crepe.

La bambina non era ben convinta che ci fosse del bello in quella cosa: si mise a guardare.
Sul palco, un baldacchino rosso, facile come nei disegni: una finestra, sotto un tetto appena profilato e i burattini con la testa bassa, poggiati a cavallo, come asciugamani.

La donna si sedette vicino alla bambina, coi gesti indicò la gola: era senza voce e parlava come con le piume in bocca.
Poi le fece ssssh.
E fu la fisarmonica, con una musica che non aveva mai sentito, una musica che diventava tutta pelle d’oca e voglia di cantare e muovere le gambe, le mani, la testa.
Come Fagiolino che cercava la sua dama.
La bambina aveva gli occhi grandi. Tornò alle prove ogni giorno, vicino alla donna con le piume in bocca.

La domenica, la Matilde era in prima fila, inquieta, con la poltrona vuota accanto. Dov’era la bambina? Dalla Ghelfa a comprare le carrube?
Poi il buio. E la fisarmonica. E una voce sottile, quella voce sottile che conosceva bene…
La fata Morgana
Sarà a te vicino,
Nessuna tema
Mio buon Fagiolino…
Corri, vola…
La principessa t’ attende
Da te dipende
La sua libertà.
Da te dipende
La sua libertà.

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