Guardo i vasi di vetro dell’estate, già pronti a prove d’olfatto e di sapore.
Mostarde globose e senapate.
Marmellate di marasche e di prugne, di pesche e di cotogne, che ora maturano in dispensa, fra odori di mandorla e limone, insieme alla conserva rossa.
Quiete.
I ricordi sono più indisciplinati.
Non stanno appiccicati come pere, nello sciroppo che le accoglie.
(Un vecchio sogno,  quello di condensa: candire il dolore, fissandone la vena di dolcezza)
Non stanno separati nei vetri di bottiglia.
(Un vecchio sogno, quello di unità discrete: riconoscere per grazia d’etichetta)
I ricordi s’arrampicano, ad essere sinceri.
I ricordi sfidano le leggi della gravità.
I più pesanti e nuovi, quelli impastati di lacrime e di ansia, scoppiano in bolle a rapida espansione.
Salgono in alto, cercano la gola, gli occhi.
Stringono, non lasciano la presa.
E sono schianto e nodo. Un nodo avviluppato, che si vorrebbe un poco stemperare nella schiuma della memoria bella.

La memoria bella.

Certo ritornerà.
Per lei, per la sua vena d’acqua, si  chiede tempo al tempo, perchè diventi spazio dove galleggiare.
O aria.
O pagina, chissà.
Per lei non si preparano fiale trasparenti, brave a separare, né vasi rotondi come grembi: solo un riquadro bianco per crespi di parole.

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