L’acqua è rimasta su, per ore, tenuta a bada da un cielo cinerino: gli si leggeva in faccia un rancore accumulato, da sospensione imposta e non voluta.
Poi, di colpo, il livore si è disfatto: giù, gocce a corona, quasi un po’ ingiuriose.
E un senso lieve d’interna soluzione.

Piace la pioggia forte che si dice: non centellina più, né dilaziona.
Se ha d’arrivare, arrivi: i giochi sono svelati.
C’è nulla, ormai, più da volere. Se non questo sfuggire ad una obliquità.
La pioggia, il freddo vero, non truccato da un po’ di umidità, il buio alla sua ora.
Se han d’arrivare, arrivino.

Si era tornati per l’argine, una volta, a salutare l’acqua con altr’acqua ancora.
E riveder lavati certi borghi di costa, ai margini dei pioppi.
(Con la pioggia, l’azzurro di vecchi  caseifici, crosta di verderame e calce, è  turchino vivo, da cartoccio di  zucchero d’un tempo)
Piaceva innalzare, ai lati della strada d’argilla, castelli d’acqua alta, che appassiscono scroscianti in un momento, ché pure la pioggia ha le sue morgane.
La terra, all’andata così dura, pareva accordarsi all’acqua,sciogliersi in goccia  e schizzo.

Piace l’umiltà della terra che si sfianca, mite, sotto la pioggia.
Finchè può, trattiene un filo, un guscio di lumaca, un sasso che luccica nel buio, poi lascia andare.
Apre le mani e ammolla.
Cedevolezza amica.
Tornerà ai bordi, dopo il suo viaggio d’acqua e vento.
Si riconoscerà terra in altra forma.
Vita in altra vita.
E noi?
Poter impararne, intanto, la docilità…

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