Dovessi scegliere una sola parola per dire cosa significhi per me la poesia di Gezim Hajdari, albanese della Darsìa, esule in Italia dal 1992 per aver denunciato i crimini e la corruzione sia del regime di Hoxha sia della fase post-comunista, non avrei dubbi: sceglierei besa.
Besa in albanese significa parola, in senso etico ed epico: è parola data, e dunque parola d’onore, è impegno e patto di vita, è marca dell’essere uomo, ovvero segnale di virtus.
E besa nell’opera di Gezim è anche la poesia, che ne conserva e esalta tutta la gamma di valori.

E se Poesia è besa, come tale richiede una dedizione assoluta e pretende dall’uomo e dal poeta la prova più difficile: quella della congruenza, che è qualcosa in più della coerenza.
La coerenza è la continuità del senso, è la tenuta di un filo logico, pensiero o comportamento che sia, la congruenza invece è l’allineamento/corrispondenza di tutti i livelli dell’io: il pensare, il sentire, il credere, il fare, il dire… Vuol dire “camminare sulle (proprie) parole” e quindi confermare con i fatti quello che si pensa, si sente, si crede e si dice, senza scollamenti e sfasature.
E’ talmente forte la congruenza di Gezim che la sua parola poetica non è solo detta o scritta, ma è agìta e capace di far agire, è l’incarnazione della majakovskiana agit-azione, vissuta in totale compenetrazione con la vita: è assunzione di una responsabilità civile e morale.
Per questo la Poesia diventa, di volta in volta, urlo, grido, eresia, denuncia degli orrori della storia, ora preghiera tutta laica, ora bestemmia o ingiuria contro i responsabili delle ingiustizie, voce altisonante e potente delle ragioni cui si affida la vita, eppure canto sussurrato, d’amore e di nostalgia.

Quando la Poesia si fa besa carica le spalle del poeta di un’ulteriore responsabilità: quella di essere manifestamente pubblico.
Espone perché non si può nascondere, la Poesia, né è capace di nascondere, quando è autentica, e allora la conseguenza può diventare invivibilità della propria patria, esilio, “errante e indifeso”.

Esilio è parola chiave della vita e della poesia di Gezim, che prima è esule, dentro la sua nazione perché si oppone al regime che la governa, e poi è esule, al di fuori delle sue montagne, delle sue capre, dei suoi siliquastri.
Esilio significa strappo, distacco da una patria amata e odiata con la stessa potenza, perché madre e matrigna, Medea che “impietosamente divora i propri figli”, e, a sua volta, insanguinata e abbattuta.
Esilio significa approdo in terra straniera, lontananza fisica e vicinanza di pensiero, solitudine e sentimenti di estraneità.

Pare di poter dire che l’esilio produca in Gezim due movimenti interiori: da un lato la nostalgia che è pieno possesso della vita passata, nostalgia coniugata con i verbi del ricordare, del rammentare e del rivivere, con tutta la struggente malinconia che nasce dal desiderio di una ricongiunzione impossibile, dall’altro un bisogno di totalità che porta ad un’inarcatura ulteriore del viaggio, alla ricerca delle analogie, delle somiglianze, dei rimandi da un tempo all’altro, da un luogo all’altro, per nuove donazioni di senso.
Questo mi pare rappresenti l’ultima, potentissima raccolta di Gezim, Delta del tuo fiume, che nasce dai viaggi ed è a sua volta un viaggio dentro un tempo senza confini, dentro uno spazio senza frontiere, per vivere e sentire nel corpo e nel cuore l’Africa, il Congo, la Tanzania, il Mali, il Niger, il Marocco, il Sud Est asiatico: un viaggio ubriaco di mondi.
Si tratta di un itinerario reale e simbolico, insieme, che porta al riconoscimento continuo dell’io nell’altro, del dolore dell’io nel dolore dell’altro, perché chi soffre ha lo stesso volto e le stesse stigmate. (E come non ricordare Saba, allora …).
L’io si stempera in ogni incontro ed ogni incontro assorbe, come un sacco vuoto, sciogliendo memoria, identità, corpi e limiti, temi e semi di altre raccolte e di altri raccolti.
Il delta diventa il correlativo liquido di questa condizione: come nel fiume si confondono le acque degli affluenti, come nel mare si confondono le acque dei fiumi, così nel delta si annullano i confini e le separazioni.
E la Poesia, quest’area area dai contorni mobili, si fa delta capace di accogliere la mescolanza e celebrare la potenza dell’incontro, con l’uomo, la donna, la natura, i colori, l’io: perché è l’incontro che ci cambia e ci dona o presta qualcosa.

Cieca la notte sulle mura di Arusha,
ci avvolge col buio come una pelle di cane,
chiude i sentieri di luce per tornare verso la patria.

Ci siamo arresi alle sue frecce d’amore
senza lanciare né pietre, né gocce di veleno.

Dalla savana ci separa la linea sottile delle grida,
dal Kenya la cima innevata del Kilimangiaro
come la verità di un sogno incanutito
catturato dalla memoria dei baobab.

Parliamo dell’Africa ubriacati dal suo nero,
non lontano dalle piantagioni di caffè
e dalle mandrie di masai dimezzate dai felini.

Sull’altitudine delle sue labbra,
oro e sangue la notte di Arusha.

(Gezim Hajdari, Delta del tuo fiume, Ed. Ensemble, Roma 2015)

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