“Sii fedele alla tua storia”: è Karen Blixen a mettere questa frase in bocca ad un personaggio dei suoi Ultimi racconti.
Quando ho letto Carlos Paz e altre mitologie private, i racconti di Marino Magliani  appena usciti per Amos Edizioni, ho ritrovato il senso di queste parole: ho riconosciuto non solo e non tanto il fondo autobiografico che ogni scrittore frantuma e dissemina nella narrazione, quanto piuttosto le modalità di un approccio che caratterizza la persona/scrittore.
E qui sta la fedeltà alla propria storia.
Mi son fatta l’idea, infatti, che chi ha viaggiato fra vite diverse in luoghi diversi, astenendosi dagli stupori che hanno il sapore del giudizio o della valutazione, chi si è esposto al cambiamento, come ha fatto Magliani, sappia poi usare la scrittura per accogliere tutte le forme in cui si presenta l’incompiutezza dell’esistenza: il suo farsi e disfarsi continuamente, il suo provare ad essere e a trasformarsi, da lingua a lingua (“le parole di un Sud da usare ora per le cose del Nord”),  da mare a mare, da roccia a sabbia, dal reale al possibile.
Il tutto all’interno dell’archetipo per eccellenza dell’inquietudine: il viaggio, un andare per andarsene, senza un motivo necessariamente dichiarato o dichiarabile.
In questo approccio, mai invasivo, alla varietà delle cose, dei luoghi, delle ossessioni private o generazionali, c’è amore per le storie, colte e raccontate senza onniscienza, e  c’è rispetto per i personaggi, mai sovra-esposti o svelati, spesso senza un nome, accennati magari per una provenienza, per un colore o una professione.
Nel respiro breve del racconto, Magliani  lascia spazio, quasi con pudore o con timidezza, all’implicito, che sa sfociare nell’onirico come in Arance, o in una narrazione cumulativa e veloce, come in Carlos Paz, fermandosi  sempre in tempo per non dire  troppo.
Ed è l’innocenza a colpire, una purezza che non viene meno neppure quando la parola, per dirla con Bachtin, incrocia ‘il basso corporeo’, il registro informale (senza disdegnarli) o gli aspetti più minuti, terragni e materici della realtà.
Anzi da lì, dall’assolutamente trascurato, dall’informe, addirittura dal frattale, esce uno dei racconti che io amo di più: Spazzatura.
Una subliminale lezione sul destino delle cose, delle parole, della memoria, attraverso la spazzatura, metafora e lettera non di ciò che resta ma dell’ultima ri-partenza.
Ciascun elemento fa il suo lavoro: vetri, lattine, plastiche si usano, si consumano, le parole si sparpagliano, si combinano, si danno un ordine come in una ruota, ma “ogni tanto salta un dente, e lì ecco, è quando subentra la memoria. Lei rimette a posto i meccanismi del nastro. E quando ha fatto il suo lavoro bisogna gettarla, non serve più, non si tiene la memoria ammucchiata in un luogo, non è conservabile, si può riutilizzare ma ogni volta bisogna cercarla come se fosse la prima volta.”
Si getta la memoria, come si gettano le cose e le parole, anche le trame, anche le storie che hanno viaggiato su una pagina o su un monitor.
Si getta non per chiudere ma per provare, forse, un attimo di nostalgia o di pentimento, e sicuramente per tornare a cercare, rimestando nel circolo (non sempre virtuoso) dell’esistenza.
Ancora partenze e reiterati ritorni, dunque,  per rinvenire fedelmente le configurazioni inedite della possibilità, proprio come quando si fruga nella rumenta : “rompo un rametto di olmo o una canna e mi metto a cercare le forme, i colori, disseppellisco qualcosa e riconosco vecchi nomi e pubblicità”.

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