Un risotto di zucca, una montagnetta compatta di colore e sapore, può diventare un cilindro da cui escono storie di famiglia e dintorni.
A schizzo e inaspettate.
E’ successo qualche sera fa, nel cerchio tiepido della tavola.
Con la confidenza che favorisce scambi e p-assaggi.
Come sottofondo i gridolini di un bambino felice e il ronzio dolce della nostra parlata, appena corretta da un tocco d’Oltrepò.
Si stava bene, dentro il parlare e quell’ascoltare che nasce dalla voglia di sapere.
E così è saltata fuori a mulinello la storia di Carlon Patoi, un po’ vecchio e un po’ strano, col volto spiegazzato e i movimenti legnosi di chi fa tante volte una sola azione, sempre uguale, a convincersi d’averla compiuta per davvero. Montare e scendere di sella, mettere e togliere il gilè … Meccanico e preciso, nella ripetizione.
Una passione per la bicicletta, non cancellata dai voli della mente che si sbanda, sale e plana, senza protezione. Il giro d’Italia impresso nella mente: primo Coppi, secondo Bartali, terzo Guerra, …., nongentesimo Fantinati Bruno, nell’enigma mai spiegato dell’ultimo nome.
Un ritornello scandito alla bisogna, quando qualcosa si deve pure dire, per dichiarare una presenza.
E la sua presenza, Carlon se la portava a spasso su due ruote, comparendo nella casa amica esattamente ogni settimana: all’una della domenica, a pranzo.
E lì trovava apparecchiato. All’apparizione, gli bastava dire : Racchette, parole chiare.
Era la formula che faceva scodellare la minestra, mettere in tavola il secondo, con un contorno caldo di patate e un bicchiere di rosso, che non manca mai.
Economia di dizionario, un apriti sesamo senza spiegazioni, che trovava la porta spalancata, una porta che continua a restare schiusa, per bimbi che hanno gli occhi neri e vecchie ragazze di campagna.

E in queste giornate così scure, di pioggia e di freddo arrivato all’improvviso, è bello sapere di porti che non conoscono paure e diffidenze.

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