Gli era sempre piaciuto camminare, sull’argine, per lasciare correre gli occhi sulla terra. E arrivare fin dove le hanno tirato via la prima pelle, per fare i rotoloni.
Quasi si aspettava un verso di dolore, al passaggio della macchina da pressa, sotto il sole.
A Nedo piaceva seguire la sua scia, che diventava piccola e lontana, fino a sparire in fondo, dove, a puntellare il cielo, c’era solo l’orlo dei pioppi cipressini.
E aspettava l’autunno, intanto, ripassando nella testa la rete dei suoi posti buoni.
Perché, in autunno, ci sono i tartufi da svegliare, quando la luce comincia ad essere più corta.
Era il suo mestiere, ormai, e, insieme, il suo piacere delle ore vuote dai lavori dell’orto e del frutteto.
Coi primi freddi. Perché il tartufo, nella bassa, è amico del fresco e dell’umido. Pure del buio.
Ottobre già è un buon mese, con certi cieli a goccioloni, con certi temporali lividi che portano frescura e con le nebbie che arrivano a velluto, morbide e silenziose.
Come se la terra rivoltata mostrasse il suo lato di vapore e rendesse incerto l’orizzonte, a galleggiare sulle cose.

Bastava poco: stivali senza paura della mota. C’è che al tartufo piace stare ai bordi di un campo o di un fossato, nascosto su una riva di Po o in un boschetto rado. Poi un bastone, serviva, per spostare un rovo o un cespuglio. E un vanghino, certo, ma di lama delicata, per scavare con misura, perché il tartufo è in un nido di radici e le radici sono come uova, vanno trattate con gesti gentili.
Sono buoni i pioppi e i salici, i tigli nei pressi delle strade, sui cigli, e le querce vicino a una vena d’acqua, così le radici non si affaticano a cercarla e si piantano un po’ meno..
Nedo giurava che, a favore di vento, l’odore del tartufo, proprio del suo cuore, lo sentiva. E più ancora lo sentiva il cane, uno spinone con le zampe grosse che si era tirato su neanche fosse un figlio, tanto che la Leila quasi era gelosa.

La Leila sì, che era figlia sua, anche se pareva venire dalla luna, smorta come la saliva, con quell’affanno al cuore. Mai corso, in tutta la sua vita: bastavano tre passi frettolosi per vederla con le gocce di sudore freddo. Doveva andare calma, senza far fatica, allora aveva studiato da maestra, nel collegio delle suore: la scuola più alta di tutta la famiglia. Adesso aspettava la chiamata per andare a insegnare chissà dove.
Nedo aveva soggezione di quella figlia che sapeva di latino e parlava tanto bene: a tavola sempre in punta di forchetta e sua mamma che cercava di tenerle dietro.
Lui si vergognava a mostrare le sue mani grosse, coi segni di nero intorno alle unghie. Non s’aggiustavano neanche con la varechina. Così mangiava poco, si infilava la giacca con le tasche e si prendeva il cane: a chiamarlo bastava un fischio prolungato.

Si andava, con lo spinone che correva avanti indietro e poi puntava attento, la zampa davanti sollevata, se una frasca si muoveva, se uno squittio di topo spaventato tinniva fra l’erba cavallina. Abbaiava per fare rimostranza, perché il padrone lo sapesse, si sa mai.
Quando Nedo gli dava la sua scheggia, una raspata di grana dal profumo piccante e saporoso, il cane lo sapeva cosa si andava poi a cercare. E allora era tutto un andare rasoterra, fra l’umido e il verde. A vederlo zampare fitto fitto, con il muso intubato fra i cespugli, a Nedo saliva il cuore il gola, perché lo spinone non si sbagliava mai. Per questo il mediatore della Palazzina, il caseificio, glielo avrebbe comprato a peso d’oro…

Anche quel giorno non era andata male: un grano per dar sapore al riso, all’osteria di piazza, l’avrebbe venduto di sicuro. Ma era mezzogiorno e preferiva andare a casa.
Trovò le donne in pianto e in visibilio.
La Leila con il telegramma in mano.
Il posto, da dopodomani. Nella scuola di Cavo. Ci vado in bicicletta, che la corriera non ci passa più.
La Leila pareva gran contenta, ma la madre guardò suo marito e scosse la testa, con la bocca che tirava in giù.
Nedo non ci dormì tutta la notte: si vedeva la Leila arrancare in bicicletta, con le gocce di sudore intorno al labbro, bianca da far paura.

Sì alzò più presto che poté, chiamò il cane e prese la traversa che rotolava secca dentro la corte della Palazzina. Il cane sembrava ancora addormentato e non faceva la festa neppure alle cornacchie, che tagliavano l’aria in diagonale.
Ritornò con una Topolino color caffelatte un po’ sbiadito.
Da solo.
Da solo senza il cane.

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