Tanti mi chiedono perché non esco mai.
Infatti non esco mai.
A volte penso che la casa sia il mio corpo, e allora cosa esco a fare.
Senz’altro un corpo.
Oggi la sento respirare.
Sono sfiati di luce che sbiancano la penombra, polvere fra le fessure di questa finestra, socchiusa come una bocca.
Anch’io respiro al ritmo della casa.
E l’ascolto.
Sembra che fermarsi sia questione di un attimo, il prossimo.

Da piccola tenevo il fiato più che potevo, perché doveva pur succedere qualcosa. Magari il fiato trovava altre strade. Fluitava nelle vene?
Perdevo la scommessa e aprivo la bocca.

Adesso, se la bocca si aprisse si romperebbe qualcosa, forse il silenzio, forse questa regolarità.
I rumori di fuori, sfusi, senza corpo, si ascoltano da dentro, smerigliati dalle pareti.
Arrivano a schegge, con le ultime lame gialle che rigano la stanza.

Si tace per non perdere anche questo sogno d’interezza, oltre a quanto già si è perduto.

 

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