Vi racconto una storia di freddo e di neve.
Regalo delle sere d’inverno.

Savino è un vecchio.
Abita nel paese più in là, quello delle due fedi e delle due chiese.
Ha spostato tanta terra con le mani e non ha molte parole.
Per avere il tempo di cercarle, si ferma su una lunga lunga e la ripete sempre, come se fosse una briciola per i passeri. Intanto arrivano, le parole, con un po’ di soggezione, ma arrivano.
Mi ha detto una volta che i suoi, da bambino, lo avevano prestato per un po’ a della gente con la terra, perché lavorasse e mangiasse in quella casa, naturalmente.
Tornava ogni tanto con la corriera blu, che lo metteva giù all’incrocio, naturalmente.
Tornò dopo un mese, la prima volta, una sera che c’era la neve e all’incrocio un odore di fritto buono, quello dei pincini che si fanno in casa per salutare la prima nevicata. Basta un niente, del pane crudo ben stirato e dello strutto bello caldo per gonfiarlo e farlo sfrigolare. E poi lo si volta  al dolce o al sale. A piacere di gusto o sentimento.
Il bambino sentiva l’odore e pensava, naturalmente.
Se fossero a casamia, i pincini, sarei capace di mangiarne cinque. Ma ci dovrebbe essere lo strutto in casa, e la farina bianca… Invece in casa c’è solo l’acqua per la polenta.
E camminava, naturalmente…
Se fossero a casamia, i pincini, sarei capace di mangiarne dieci (perchè la strada nel freddo mette appetito, naturalmente).
E l’aria era grassa di fritto dolce e di desiderio.
Erano proprio in casa sua i pincini, perché la madre aveva barattato due uova per un po’ di farina bianca e di felicità.
E il vecchio si commuove a ricordarla.

Anch’io, perché gli odori di cibo fanno casa, nel freddo vuoto.

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