Erano giorni di agitazione, quelli della conserva. Venivano convocate zie e cugine, persino la nuora lontana, in un concitato desiderio di sfidare il tempo.
Non so quando lo capii. Forse ne ebbi la certezza leggendo lo sguardo con cui la Dina mianonna fasciava di dolcezza le sue bottiglie piene. Non c’entrava per nulla la gara quotidiana dei sapori, per far dire agli uomini di casa, quando c’erano, “che buono!”

Dentro alla stanchezza di giornate spese a trinciare e a salare e a pesare, stava tutta la voglia di battere il tempo, di aggirarlo, di chiuderlo in un barattolo.
Conservare, tenere da parte un vasetto di colore, una bottiglia di sole, una cucchiaiata di odore. L’estate, da riaprire in inverno: metamorfosi di una giornata di nebbia, schizzata col rosso del caldo, della luce.

E’ che a vivere in pianura , con la nebbia che già ad agosto ti aspetta la mattina presto, si diventa un po’ matti, o bisogna esserlo, un poco, per inventare.

Indovinare le cose dentro la nebbia è come scoprire il sapore dentro una bottiglia.

Un sapore di vetro che cammina all’indietro e va a scavare una scia. La percorrerà chi l’ha segnata, chi ne ha posto, dall’altro capo della memoria, il primo sasso. Ma anche chi è stato dentro la scia, testimone o fattorino, compagno o ospite di un’estate rossa rossa di conserva.

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