Era la bottega dopo il macellaio a dire che maggio era maturo.
Non per bellezze d’arte o paesaggio: solo per via delle cassette di verdura, che il negozio spingeva fuori in fila, poggiate su un piano di ferro un po’ inclinato, davanti alla vetrina.
Un invito e un’offerta di primizie dell’orto, che il marito dell’ortolana portava la mattina, dal terreno coltivato sotto banca. Con ancora le gocce di rugiada e certe chiazze argillose, che sapevano di Po ed anche di golena.
Erano rapanelli, a mazzetti legati con lo spago, cipollotti umorosi con la pelle fina e addosso il bagnato della terra, un radicchietto amaro che crocchiava come i semi di zucca cotti al forno.
Piaceva andare lì, a far la spesa, se il carretto di legno di Felice, in eterna rissa con la moglie, era già affollato di rasdore.
La bottega era fresca, col pavimento passato con lo straccio perché ci fosse umido all’interno, dove verdura e frutta erano l’ornamento, di lei, l’ortolana, col nome da regina.
Ogni cosa riposta in armonia, le zucchine col dorso verso l’alto, le fragole tutte a punta in su, come i berretti di gnomi boscherecci. Nel riquadro, dietro le verdure secche, l’occhio inquietante dentro un finestrino: la suocera vegliava e controllava, vigile e cattiva nello sguardo.
Lenta e precisa, l’ortolana prendeva il sacchetto e lo gonfiava con gesto d’eleganza, poi faceva il giro delle ceste, con soste misurate, consigliando, ammonendo, approvando con giusta competenza, a volte regalando le ricette, con la promessa di un paradiso in terra, che neanche al ristorante si gustava.
A casa si trovava qualche ammaccatura, un cerchio improvviso di muffetta, ma certo non era colpa di nessuno: si era stati in un giro di delizie, di profumi e colori della terra. Che altro si poteva mai volere?

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